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VERITA’ E GIUSTIZIA PER L’AFRICA
intervento di Teresina Caffi, missionaria saveriana

 

Teresina CaffiL’Africa esiste, l’Africa dichiara il suo diritto ad esistere. Dall’Africa, dicono gli studiosi, partimmo tutti, innumerevoli anni fa. All’Africa siamo tornati, oltre la fascia suprasahariana, toccando la foce del fiume Congo proprio negli anni della conquista delle Americhe. Un evento che sorprese e rallegrò gli abitanti del Congo, che vedendo sorgere dalle acque dei velieri con uomini pallidi, si pensarono visitati dagli antenati, secondo la promessa. Non tardarono a comprendere che dietro l’iniziale amicizia si celava l’interesse, che divenne ben presto sfruttamento.

Cominciò  così, poco più di cinquecento anni fa, l’incontro dei popoli d’Europa con quelli d’Africa subsahariana. Una lunga storia, fatta di lacrime, di sangue, di beni che lasciavano il Continente per altre terre, principalmente esseri umani. Un’Africa spartita fra Paesi europei ansiosi di divenire imperi. Un’Africa sfruttata dietro pretesti di civilizzazione e spesso mal evangelizzata, senza il rispetto dovuto alla sua maniera di porsi in relazione con l’Eterno. Certo, vi furono grandi storie, storie di solidarietà, storie di gente che partì per amore, sapendo che sarebbe morta di malaria di lì a poco. Ad oggi, però, l’Africa è forse più felice di quando l’incontrammo per la prima volta?

Quando nella confidenza della quiete serale un direttore di scuola mi confidò che la sua antenata aveva attraversato il Tanganyika su una stuoia, e che sulla collina c’era il luogo dove i vivi incontravano i defunti, forse usava una mentalità prescientifica: ma era forse migliore la scientifica perfezione delle armi, che di lì a pochi anni crepitarono nel suo villaggio, Makobola, facendo cinquecento morti in poche ore?

Certo, c’è l’Africa che in qualche modo avanza, migliorando le condizioni di vita dei suoi cittadini. C’è l’Africa in cui la democrazia sta diventando reale. C’è l’Africa che sa intraprendere, l’Africa che inventa. Ma c’è tanta Africa che non può inventare, non può pensare, non può sognare.

L’Africa dei popoli che subiscono la guerra, guerre interminabili e senza senso. Fuggire, temere ogni notte, essere stuprati, anche uomini e bambini, derubati di tutto, umiliati, rapiti, uccisi come si uccide una mosca. Andare nei campi e non sapere se e in che stato tornerai a casa. Arrivare a notte per guadagnare un dollaro e comprare qualche patata per i figli assonnati e affamati. Vagare di bambini senza scuola, senza casa, senza cibo, senza cure e in qualche modo senza amore perché le fughe sbaragliano le famiglie. Chi vuol sapere che cos’è la guerra, interroghi qualunque abitante dell’est della Repubblica Democratica del Congo, del Ruanda o del Burundi.

Per tamponare questa guerra, arrivano gli aiuti. Non la rivolta delle coscienze, non lo scandalo, ma la grande macchina degli aiuti. La gente sfolla, ecco i campi e il cibo razionato, sempre più razionato. Gente che viveva nutrendosi in abbondanza dei frutti del suo lavoro, viene ridotta a tendere la mano su cui cadrà del cibo accuratamente pesato2.

La gente semplice, nell’Est della RD Congo, la maggioranza silenziosa del Ruanda, si domanda perché ciò che ad essa è evidente, non lo è agli occhi della comunità internazionale. Perché il dialogo chiesto ai diversi gruppi contrapposti nella RD Congo non viene chiesto al Ruanda. Perché si continuano a dare risposte cosiddette umanitarie o militari a problemi che sono eminentemente politici. Che hanno come effetto di prolungare la guerra e realizzare piani che ormai non sono neppure più occulti.

Si domanda perché in piena occupazione straniera, in pieno saccheggio delle risorse, in piena aggressione su inermi civili, non cessano di giungere delegazioni dai Paesi del Nord a tenere sessioni sulla riconciliazione: come se il problema fosse locale, come se fossero i Congolesi a non sapere andare d’accordo fra etnie. Quando il paese ne conta più di quanti sono i giorni dell’anno3.

Il problema è di fondo. L’umanitario non basta e del resto, nonostante le promesse, è scarso e si è ridotto ancor più in questo tempo di crisi. Il militare non basta e viene usato come maschera per non affrontare il problema politico.

Alla politica le popolazioni dell’Africa dei Grandi Laghi che subiscono la guerra da ormai quasi vent’anni chiedono la verità e la giustizia. Il coraggio di leggere le situazioni nella loro realtà, mettendo in crisi letture artificialmente alimentate per anni. Ascoltare tutti, ascoltare la popolazione, ascoltare gli esuli, ascoltare chi vive con la popolazione.

Il coraggio di volere anzitutto e sempre la giustizia. Non quella del vincitore, che sta da anni imperando in Ruanda e al Tribunale Penale Internazionale di Arusha. Non quella del profitto, che impedisce di rendere realtà l’auspicio di due anni fa del Parlamento europeo di ricostruire la traccia del percorso dei minerali che lasciano l’Africa centrale.

Se folle di disperati non cessano di sbarcare sulle nostre sponde o di affondare nei nostri mari, la soluzione umanitaria non è che la doverosa risposta immediata. Ma alla politica occorre fare un passo in più. Il mondo ha la febbre e questa febbre è data da un virus che si chiama ingiustizia. Finché la politica estera cerca anzitutto il proprio tornaconto, allora non ha che da attrezzarsi ad accogliere i popoli del sud a milioni, o attendersi sempre nuove forme di terrorismo.

Per un mondo respirabile occorre che tutti possano respirare. 

Teresina Caffi

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