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Dal settimanale Tuttoscuola: Se la quota del Pil per la scuola precipita

Desidero sottoporre alla vostra attenzione questo interessante articolo pubblicato sull’ultimo numero del settimanale “Tuttoscuola”. (s. c.)

 

Dopo i pesanti tagli di questi anni agli organici della scuola per consentire al Tesoro di fare cassa in un momento di pesanti difficoltà economiche, solo parzialmente mitigati dalla quota (il 30%) delle risorse tagliate che dovrebbero ritornare come risparmio di sistema per finanziare la riqualificazione del nostro sistema di istruzione (e sappiamo che una parte rilevante di quel 30% è stata già riassorbita per salvaguardare gli stipendi attuali, e non per incrementarli), dall’orizzonte della scuola italiana sembra svanire anche per i prossimi decenni la possibilità di un ciclo di investimenti che possano fare da volano per la sua riqualificazione.

Lo si desume dal recentissimo Documento di Economia e Finanza 2011 varato dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministero dell’Economia e Finanze. Infatti, secondo calcoli e proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato, per alcuni decenni gli investimenti per il sistema di istruzione italiano dovrebbero diminuire.

Il Pil, cioè la ricchezza del Paese che per l’istruzione in Italia già attualmente viene riservata in quote complessivamente inferiori alla media europea, dovrebbe diminuire gradualmente di quinquennio in quinquennio dall’attuale magro 4,5% fino a toccare nel 2040 il 3,2%, per poi riprendere a salire lentamente.

 

Le previsioni contenute nel Documento di Economia e Finanza 2011 sono conseguenti alle variazioni demografiche e macroeconomiche elaborate da Eurostat nel 2007 che hanno evidenziato per l’Italia una tendenza di flessione del flusso immigratorio, il calo di fecondità delle donne, l’invecchiamento complessivo della popolazione al punto da determinare un minor fabbisogno di classi e di personale scolastico.

Chi ha preso quelle previsioni statistiche e le ha ribaltate pari pari sulle previsioni di spesa per l’istruzione nei prossimi decenni ha dimenticato evidentemente i problemi strutturali di cui soffre il sistema formativo italiano. Se essi non possono essere affrontati in un periodo di crisi economica come quello attuale, sarebbe miope non pensarne la soluzione in uno scenario di lungo termine.

Se con l’attuale 4,5% del Pil si riesce a destinare solo una quota limitatissima agli investimenti, riesce difficile immaginare che scendendo al 3,2% – sia pure di fronte a una riduzione della popolazione scolastica e quindi della base di costo del servizio – si possano trovare le risorse per innalzare la qualità del sistema. E se con quel 4,5% di oggi gli stipendi del personale scolastico italiano sono di gran lunga inferiori a quelli dei colleghi europei, sembra improbabile che il 3,2% previsto incorpori le risorse per un significativo miglioramento retributivo.

Se questa fosse soltanto una semplice esercitazione accademica volta a rilevare gli impatti sul sistema determinati da alcuni fenomeni socio-economici non governati, si potrebbe non preoccuparsi. Ma si tratta invece di un documento politico di previsione dello scenario macroeconomico visto dal Governo in carica.

C’è da chiedersi dove sono finiti i proclami per riqualificare il sistema scolastico italiano. Formazione del personale, riconoscimento del merito, potenziamento dei servizi, messa in sicurezza degli edifici, lotta al dispersione scolastica, ecc, ecc, ecc? Solo parole?

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