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Il contributo educativo dei Salesiani nei 150 anni dell’unità d’Italia

Nata nel 1859 la famiglia di San Giovanni Bosco, ha influito notevolmente sulla costruzione dell’Unità d’Italia. Se ne è parlato giovedì 14 aprile 2011 a Roma presso la Camera dei Deputati in un seminario di studio promosso dalle Salesiane e dai Salesiani d’Italia, con il patrocinio dell’Università Pontificia Salesiana e della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium. Titolo dell’incontro: “150 anni d’Italia e di presenza salesiana – Fare gli italiani…con l’educazione”. Ma come la formazione nelle scuole offerta dai Salesiani ha contribuito ad unire il popolo italiano? Paolo Ondarza lo ha chiesto a suor Grazia Loparco, docente di storia della Chiesa all’Auxilium di Roma.

R. – Don Bosco ha fondato i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice, per una formazione di onesti cittadini e buoni cristiani. Quindi, attraverso una formazione scolastica, una formazione al lavoro, una formazione ad una socializzazione e ad un inserimento attivo nella società ha formato persone che potessero in qualche modo entrare nei gangli della modernità, in una società sempre più secolarizzata, in modo adeguato alle nuove esigenze di una società che stava cambiando come quella italiana, in cui lo Stato stava preoccupandosi di cambiamenti a livello istituzionale, a livello statale, ma non aveva ancora le risorse per poter arrivare alle fasce sociali più disagiate, più deboli quali erano appunto quelle dei ragazzi e delle ragazze di cui si sono occupati i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice.

D. – E’ possibile quantificare questa presenza salesiana in Italia?

R. – Sì, si è trattato di più di 30 mila tra Salesiani e Figlie di Maria Ausiliatrice, che hanno professato in Italia dal 1859, quando è sorta la società salesiana, e dal 1872, l’origine delle Figlie di Maria Ausiliatrice, fino al 31 dicembre 2010: 17 mila salesiani e oltre 13.800 Figlie di Maria Ausiliatrice. Questi 150 anni hanno coperto, possiamo dire, tutto il territorio nazionale attraverso opere educative.

D. – E questa copertura su tutto il territorio nazionale, in tutte le regioni italiane, porta come conseguenza una conoscenza delle peculiarità delle varie realtà territoriali. Guardando proprio a questo profilo italiano, così eterogeneo, è possibile rilevare un’unità nel Paese?

R. – L’esperienza ci dice che soprattutto nei primi decenni post-unitari era certamente difficile intendersi e ritrovare omogeneità. I Salesiani si spostarono direttamente dal Piemonte alla Sicilia, mentre era più facile che ci si spostasse in qualche modo allargando il cerchio di azione. Don Bosco ebbe questa intuizione in qualche modo visionaria per il tempo.

D. – Potremmo dire a macchia di leopardo, anziché a macchia d’olio?

R. – Direi proprio di sì. I Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice, in realtà, hanno portato un modello educativo che sostanzialmente era uguale, era lo stesso, proprio perché si tratta di Congregazioni religiose centralizzate con personale soggetto a trasferimento, tra le regioni d’Italia. Nello stesso tempo, il modello unico educativo del sistema preventivo di Don Bosco si è declinato e in qualche modo è stato connotato anche dall’ambiente.

D. – Ed oggi c’è una maggiore omogeneità?

R. – Oggi, da un certo punto di vista sicuramente, perché la globalizzazione in qualche modo ha influenzato anche l’Italia, probabilmente, per creare dei modelli più uniformi. Sappiamo benissimo, però, che ci sono anche delle differenze, delle connotazioni che ancora oggi chiedono di essere tenute in conto, per poter promuovere sempre lo stesso ideale del buon cristiano, dell’onesto cittadino. E cosa vuol dire cittadino? Oggi ha una connotazione diversa rispetto al 1860, ma nella differenziazione dei contesti regionali si capisce che i valori di fondo sono gli stessi.

D. – I giovani, in un certo senso, riflettono quella che è la società. Tra molti si registra un certo entusiasmo per questi 150 anni, altri invece lamentano una scarsa coesione del Paese e non si riconoscono in questa unità. Che cosa può fare l’educatore?

R. – Credo che sia proprio dell’educatore tentare di puntare sui valori che aprono le persone piuttosto che chiuderle, per non vivere in un ambito mentale ristretto. Gli educatori credo debbano fare un cammino per se stessi, proprio perché la differenza, la compresenza di culture diverse è ormai sotto gli occhi di tutti noi. Quindi, aiutare ad aprirsi alla diversità, non temendola come una minaccia, ma invece aiutando un po’ a scoprire quali sono i valori e anche le sfide che sono implicate nel cercare di vivere bene insieme a persone che hanno caratteristiche in parte diverse, può essere un’opportunità per tutti noi, proprio perché è inutile pensare di poter vivere in un ambiente troppo ristretto, quando ormai il mondo ce l’abbiamo continuamente in casa, sugli autobus e nelle nostre città. L’educatore, dunque, credo abbia questo bellissimo compito: di indicare la bellezza, la speranza più che avallare quegli atteggiamenti di diffidenza o di chiusura o di difesa di alcuni interessi molto particolari.(ap)

Intervista tratta da Radio Vaticana

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