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L’UE riformi le sue politiche o i giovani pagheranno per la crisi

crisi economicaEcco l’intervento di Silvia Costa al seminario organizzato il 10 giugno 2010 a Bruxelles dal gruppo dei Socialisti e Democratici al parlamento europeo sul tema “Effetti della crisi economicva sui giovani“.

L’iniziativa di questa mattina rivolta ad approfondire alcuni aspetti della condizione giovanile nell’attuale congiuntura sfavorevole, nella prospettiva della ripresa, si inserisce in un percorso dedicato, iniziato con un documento della Commissione di Aprile 2009, poi approvato dal Parlamento, in cui si fissavano alcune direttrici di marcia, da declinare in specifici interventi, per contrastare gli effetti della congiuntura sfavorevole sui giovani, promuovere l’inclusione e la partecipazione alla vita sociale ma soprattutto creare più opportunità nei settori dell’istruzione e dell’occupazione.

Sono seguiti altri documenti a differenti livelli, sempre della Commissione, ma anche del Consiglio e del Parlamento, sulle competenze di base e sui processi di apprendimento, sulla mobilità, sull’apprendistato, sulla flexicurity e sul reddito di base, con un accentuato focus sul mercato del lavoro, man mano che gli effetti negativi della crisi diventano più evidenti, nella consapevolezza che si stava un po’ dovunque, pur nelle oggettive diversità territoriali, configurando una vera e propria “questione giovanile” che andava meglio conosciuta e poi affrontata con misure strutturali oltre che con iniziative straordinarie ed emergenziali.

La crisi che investe il mondo da quasi tre anni, a differenza di altre esperienze recessive pagate in passato dai lavoratori anziani , con la perdita del posto di lavoro e i lunghi periodi di “mobilità”, seguiti dai licenziamenti, (sostenuti comunque dagli ammortizzatori sociali e dalle politiche passive del lavoro), ha reso infatti i giovani -che non trovano il primo lavoro o che perdono anche quello precario e discontinuo attraverso il mancato rinnovo del contratto, le principali vittime dei fenomeni in corso di riduzione della base produttiva, destinati ad accentuarsi a causa della troppo lenta ripresa. Le proiezioni al 2011 dell’OCSE evidenziano (pag. 14 del Rapporto), per la gran parte dei paesi, il perdurare della gravità della situazione, con alcune tendenze al rialzo della disoccupazione.

La flessibilità delle forme contrattuali ha confermato comunque di essere il miglior regolatore degli equilibri degli organici nelle aziende.

Le realtà non sono tutte uguali, in Europa e nel mondo, come ci illustrerà l’OCSE (in EU si va dall’8% del tasso di disoccupazione giovanile in Olanda, al 9,5% della Germania, al 40,3% della Spagna passando per il 29,5% dell’Italia). Ma è un dato che i giovani stiano pagando, in generale, un prezzo alto alla crisi in termini di esclusione, di povertà, di insicurezza, di dispersione dei talenti e delle capacità. E questo nonostante gli sforzi e le risorse spese per raggiungere più elevati livelli di istruzione.

Il lavoro giovanile si presenta di norma anche sottopagato: i salari di ingresso sono molto più bassi di quelli delle generazioni precedenti come dimostra ad esempio la busta paga dei giovani italiani, crollata nell’ultimo ventennio dal -20% al -35% attuale, fenomeno che riguarda in particolare i laureati, i lavoratori in settori a bassa qualifica, e i lavoratori della P.A., assunti con contratti di affitto e somministrazione.

Nella crisi anche la specializzazione e la formazione superiore rischiano comunque di sembrare investimenti familiari e personali non riusciti,se si allungano troppo i tempi di attesa del primo impiego e se si accettano lavori poco qualificati, non coerenti con il corso di studi seguito e con le competenze maturate La disoccupazione, l’inoccupazione, il precariato, oltre che riguardare i giovani svantaggiati, stanno ormai interessando anche coloro che possiedono diplomi, lauree e masters, con una distruzione diffusa del capitale umano, ad un costo, sia soggettivamente che collettivamente intollerabile.

Le necessarie manovre in corso di adozione per mettere a posto i conti pubblici, attraverso inflazione contenuta, deficit ridotti e debito basso, da sole non bastano. E’ sempre più urgente che rientrino nei parametri corretti anche il livello di disoccupazione e la crescita. Le politiche “responsabili” che generano maggiore disoccupazione a lungo termine non sono sostenibili.

Si tratta perciò di non privilegiare un meccanismo che impone solo aggiustamenti asimmetrici e deflattivi, che potrebbe rivelarsi causa ulteriore dei problemi da risolvere, ma di investire nelle nuove generazioni, nella scuola, nell’università, nella ricerca, come alcuni paesi virtuosi e lungimiranti stanno già facendo (Germania, Francia, USA) e come anche l’OCSE, nei suoi più recenti Rapporti, ci raccomanda, associando a tale strategia un accresciuto impegno per l’aumento della base occupazionale e l’inserimento nel mercato del lavoro (la politica dei due tempi, “intanto si sta in formazione, poi si lavorerà” non si è mai rivelata efficace).

L’Europa più competitiva, richiede infatti di non limitarsi a quello che Keynes chiamava l’”incubo del contabile”, mettendo certamente a posto i conti, per garantire l’affidabilità dei vari paesi, ma con in mente un “progetto” per un futuro migliore.

Rientra tale progetto nel programma “Europa 2020” in corso di approvazione da parte del Consiglio? Le parole d’ordine RIPRESA E CRESCITA (crescita intelligente, sostenibile, inclusiva), declinate nei 5 obiettivi (il 75% delle persone tra i 20 e 64 anni dovrà avere un occupazione; il 3%del PIL dovrà essere investito in R&S; il contenuto dell’accordo 20/20/20 sul clima dovrà essere realizzato; il tasso di dispersione dovrà diminuire al 10% e quello dei laureati salire al 40%; vi dovranno essere 20 milioni in meno di persone a rischio di povertà) e nei 10 orientamenti ed enfatizzate dalla contestualizzazione alla situazione attuale, sono sufficientemente supportati da meccanismi e strumenti idonei e cogenti di monitoraggio e di realizzazione, allineati con quelli della manovra economica, per non ripetere l’esperienza e gli insuccessi di Lisbona 2010? (molti dubbi a questo riguardo permangono in osservatori competenti).

Le direttrici di marcia sono comunque senz’altro valide: investire in infrastrutture nei settori strategici per lo sviluppo (trasporti, energia, ambiente, ma anche tecnologie) e contemporaneamente in innovazione e ricerca, rafforzando le politiche mirate per le risorse umane, a livello di istruzione, formazione, educazione, cultura, per mettere in relazione le competenze e le capacità, le figure e i profili professionali da acquisire con i fabbisogni del sistema produttivo da rilanciare. Tale linea individua infatti nell’ apprendimento uno dei motori essenziali dello sviluppo.

Riaffermare “l’Europa della conoscenza”, significa allora portare a compimento una serie di processi (le riforme) che riguardano la messa a punto di sistemi di apprendimento efficaci ed adatti alla modernità per ridurre, attraverso integrazioni virtuose tra scuola e formazione, la dispersione e gli insuccessi scolastici che hanno ripreso a crescere; in grado di offrire, attraverso la lettura del lavoro e delle sue trasformazioni, opportunità formative di buona qualità,per i giovani e gli occupati, non autoreferenziali ma rispondenti alle concrete necessità delle imprese; in cui sia possibile coniugare la formazione sia teorica che pratica al lavoro nell’ambito di un rinnovato rapporto di apprendistato; in cui si costruiscano relazioni non episodiche tra mondi della scuola, della formazione, del lavoro, per sostenere, facendo massa critica e contando su adeguate dotazioni in termini di mezzi e strumenti, lo sviluppo produttivo locale (v.Poli), in cui si creino rapporti collaborativi e sinergici tra università e imprese, per il trasferimento delle conoscenze e la ricerca applicata; in cui infine si attivino meccanismi di riconoscimento e validazione dei crediti e delle competenze, ovunque e comunque conseguiti, sulla base della piattaforma condivisa europea (EQF), per agevolare la mobilità professionale e del lavoro. Su questi temi possiamo contare su autorevoli contributi e su una qualificata assistenza (CEDEFOP), con l’ambizione di giungere anche a definire degli schemi europei che orientino similmente le politiche degli stati, sostenute dai Fondi Strutturali.

Significa anche proporre un patto di “fiducia” con le nuove generazioni, che deve riguardare istituzioni, imprese, parti sociali, impegnati a realizzare riforme strutturali indispensabili, rivedendo e trovando soluzioni, con un’attenzione particolare alle differenze di genere:

a) Il lavoro di ingresso (superandone la precarietà diffusa e la flessibilità senza limiti e garanzie: le flessibilità generano infatti ulteriori flessibilità, sempre più economiche per le imprese.Si tratta di adottare regimi di flexicurity in cui l’atipicità e la discontinuità delle prestazioni siano controbilanciate da meccanismi di welfare, di formazione, di orientamento, tendenti alla stabilizzazione.

b) Il salario di ingresso (eccessivamente basso, da riparametrare secondo funzioni e merito. Se è vero che uno dei problemi è rappresentato dalla lunghezza della transizione e che è comunque importate per il giovane trovare “un’occupazione”dopo la scuola o la formazione, anche se sottopagata, il rischio è di accentuare in tal modo, forme di dualismo del mercato del lavoro);

c) La previdenza (con l’adozione di un modello che tenga conto delle discontinuità lavorative, posto che sui giovani pesano tra l’altro gli oneri crescenti di una popolazione che invecchia);

d) La tutela in assenza di lavoro (con l’introduzione del reddito di base in senso universalistico, collegato non con il lavoro ma con la cittadinanza);

e) Il nuovo welfare (in termini di prestazioni e di servizi sociali in particolare alle giovani famiglie, non standardizzati ma rispondenti alle necessità e ai bisogni delle persone, specialmente delle donne).

Se quello che l’Europa deve garantire ai suoi cittadini per meritarne il consenso, è senz’altro la tenuta dei sistemi economici, tale solidità va inserita però in una cornice più ampia in cui cruciale sia la salvaguardia dei diritti all’istruzione, al lavoro, ad un salario adeguato, ad una vita dignitosa, alla partecipazione attiva per tutti, a cominciare dai giovani.

L’UE non è infatti solo mercato e vincoli di bilancio, ma anche una comunità politica basata sui diritti di cittadinanza per i suoi residenti. Il rilancio del mercato interno deve perciò essere accompagnato da qualche iniziativa di alto profilo, volta a confermare l’impegno anche sul versante sociale.

Potrebbe essere un’iniziativa forte, di grande impatto comunicativo sull’opinione pubblica quale l’adozione di uno schema europeo di reddito di base, erogato a determinate condizioni, per cui il Parlamento si è già espresso a favore, da accompagnare con la modernizzazione e la razionalizzazione di altre misure riguardanti innanzitutto la formazione e poi la salute, l’alloggio, i trasporti. Ciò non solo per corrispondere a principi di equità sociale ma anche per dare ossigeno alla spesa, sostenere la domanda, incentivare di conseguenza la produzione.

Il messaggio è semplice. L’economia ha una funzione vitale da svolgere: deve produrre ricchezza da distribuire tra il maggiore numero di persone, offrire condizioni di impiego, da retribuire in modo decente, moltiplicare i posti di lavoro per assorbire i nuovi arrivati. Quando il meccanismo si inceppa, anzi si inverte, occorrono correttivi robusti sul piano fiscale, riforme strutturali, investimenti mirati nei settori dello sviluppo, considerando tali, nella modernità, anche quelli dei beni immateriali, quali istruzione, formazione, innovazione, ricerca,cultura, per rafforzare la capacità di competere ed evitare il declino. A ciò è indispensabile affiancare un meccanismo di sostenibilità, che richiede attraverso la garanzia del reddito minimo, il superamento dell’attuale sistema degli ammortizzatori sociali, che non è rivolto ai disoccupati senza primo impiego, agli inoccupati, ai precari, ai discontinui.

Una tale iniziativa avrebbe anche lo scopo di rinsaldare i legami con le nuove generazioni, spostando dalle loro spalle il peso e le responsabilità di quanto è accaduto, limitando il disagio (se non il danno), dell’attesa del lavoro iniziale, dopo la scuola, per tempi lunghi, mettendo di nuovo in sintonia la formazione ricevuta con gli sbocchi professionali e con le opportunità offerte dallo sviluppo, combattendo efficacemente sia la povertà, sia il più insidioso nemico della stabilità e della democrazia nella società contemporanea e cioè l’insicurezza sociale ed economica.

Il seminario “Effects of the Economic crisis on Youth” sul sito dei Socialisti e Democratici

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