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Se il mondo perde la sfida congolese

di Pierluigi Natalia

La proroga per un anno dell’embargo sulla vendita di armi a milizie locali e straniere attive nella Repubblica Democratica del Congo, di controlli doganali e di alcune sanzioni individuali, è l’unica decisione ufficiale finora assunta dal Consiglio di sicurezza dell’Onu, impegnato in questi giorni nell’esame della situazione nel tormentato Paese. Nella risoluzione 1.896, adottata all’unanimità, il Consiglio chiede a “tutti i gruppi armati, in particolare le Forze democratiche per la liberazione del Rwanda (Fdlr) e l’Esercito di resistenza del signore (Lra) di deporre immediatamente le armi e di porre fine agli attacchi contro i civili”. La risoluzione chiede inoltre a “tutti i firmatari degli accordi del 23 marzo 2009 il rispetto del cessate il fuoco” ed esprime preoccupazione per “il sostegno fornito da reti nazionali e internazionali ai gruppi armati non governativi attivi nell’est” del Paese.
La risoluzione prevede anche l’estensione del mandato del gruppo di esperti incaricato di monitorare l’embargo. Il gruppo in questione è stato autore di un rapporto, esaminato la scorsa settimana dal Consiglio a porte chiuse, ma i cui contenuti sono stati riportati – senza smentite ufficiali – su numerosi organi di stampa internazionali. Ne emerge un fallimento pressoché totale della Monuc, la missione decisa dall’Onu il 30 novembre 1999, in pieno conflitto congolese, e in scadenza il prossimo 31 dicembre.
La Monuc è la più imponente missione mai messa in campo dall’Onu, con i suoi oltre diciassettemila caschi blu, ma ciò nonostante le popolazioni restano esposte alle violenze dei gruppi ribelli e delle stesse forze governative. Accade soprattutto nelle regioni orientali a ridosso dei Grandi Laghi, il Nord Kivu e il Sud Kivu, al confine con Rwanda e Burundi, ma anche l’Ituri, al confine con l’Uganda, e l’estremo nordest della provincia Orientale, al confine con l’Uganda e con il Sud Sudan.
In tutte queste aree persiste la lotta per il controllo delle ingenti risorse naturali tra milizie di vario genere, ufficiali dell’esercito regolare, Governi e interessi stranieri, con violazioni dell’embargo sulle armi e collusioni internazionali, in una permanente insicurezza per i civili, in gran parte ridotti alla condizione di profughi.
In particolare nel Kivu i traffici di materie prime alimentano le forniture di armi ai gruppi combattenti, come gli hutu rwandesi delle Fdlr, riparati in Kivu dopo il genocidio dei tutsi in Rwanda del 1994, oppure il Consiglio nazionale per la difesa del popolo (Cndp), ufficialmente integrato nelle forze regolari congolesi.
Le operazioni per neutralizzare le Fdlr condotte da inizio anno dall’esercito, appoggiato dai caschi blu della Monuc, sono fallite e hanno anzi contribuito a peggiorare la crisi umanitaria, spingendo molte altre persone a lasciare le loro case. Inoltre, c’è stata un’espansione dell’influenza militare del Cndp, oggi guidato dal generale Bosco Ntaganda, ricercato per crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale.
Proprio in questi giorni, sì è prospettata l’ipotesi che l’ex comandante del Cndp, Laurent Nkunda, catturato all’inizio dell’anno in un’operazione congiunta delle forze rwandesi e congolesi in Nord Kivu, potrebbe essere giudicato dalla Corte suprema del Rwanda. Una richiesta in questo senso è stata avanzata dal suo avvocato, Stephane Bourgon, il quale ha spiegato di essere stato costretto a ricorrere alla Corte suprema perché non erano state prese in considerazione tutte le precedenti denunce di asserita detenzione illegale fatte a tribunali civili e militari rwandesi. Nelle stesse ore, il settimanale in lingua francese “Jeune Afrique” ha pubblicato un lungo articolo su Nkunda, che è stato rintracciato (dopo che per mesi non si era più saputo niente di lui) nel quartiere di Kabuga, alla periferia est della capitale rwandese Kigali, dove sarebbe agli arresti domiciliari in una villa controllata da una decina di militari in borghese.
La questione dei traffici d’armi, comunque, riguarda anche le milizie del Lra, protagoniste per oltre vent’anni di sistematiche atrocità nel nord dell’Uganda e trasferitisi nella provincia Orientale congolese e che nei mesi scorsi hanno compiuto numerosi attacchi, saccheggi e uccisioni, sia in territorio congolese sia in villaggi del Sud Sudan e della Repubblica Centroafricana.
Nel rapporto presentato dagli osservatori dell’embargo emergerebbero anche responsabilità di Governi e organizzazioni di Paesi stranieri. L’Uganda verrebbe indicata come piattaforma di transito per il traffico d’oro; Burundi e Tanzania sarebbero basi di appoggio per quello di oro e stagno; il riavvicinamento tra i Governi rwandese e congolese verrebbe definito “collusione per interessi economici”. Ci sono poi responsabilità non africane:  della Francia, dove vivono esponenti delle Fdlr in esilio, degli Stati Uniti, che ospitano i conti bancari del Cndp, della Cina, il cui nome viene spesso collegato a presunte vendite di armi, della Gran Bretagna, coinvolta nel commercio illegale di minerali. Sempre stando alle anticipazioni della stampa – diffuse peraltro senza riscontri e controlli – nel rapporto si citerebbero anche organizzazioni non governative impegnate in traffici di armi con le Fdlr e persino un coinvolgimento di sacerdoti.
Il documento non farebbe invece riferimenti specifici al trasferimento illegale del coltan, la lega naturale di columbio e tantalio di cui è ricco soprattutto l’Ituri e che fornisce elementi indispensabili all’industria più avanzata di tutto il mondo, dalla tecnologia spaziale alla componentistica degli strumenti elettronici. Le popolazioni congolesi potrebbero arricchirsi con l’attuale rivoluzione tecnologica e invece pagano il prezzo di una continua carneficina all’interesse internazionale a contenere il prezzo del coltan, come altri minerali. Basti ricordare il fenomeno dei minatori bambini, costretti a lavorare per paghe da fame e senza alcuna protezione dai rischi di contaminazione prodotti da materiali che hanno anche caratteristiche radioattive.
In ogni caso, la questione cruciale si conferma quella delle risorse congolesi. Del resto, per il Paese la ricchezza è da sempre una maledizione. Dagli schiavi al coltan, il Paese ha sempre fornito carburante al mondo moderno e per questo non ha mai smesso di soffrire. Più che del prolungamento della Monuc – ipotizzato almeno per il prossimo anno – o di un suo eventuale rafforzamento, servirebbe dunque una vera determinazione interna e internazionale a mettere fine all’avidità depredatoria dei potentati locali e stranieri, più o meno occulti.

da L’Osservatore Romano del 5 dicembre 2009

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