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Scuola, altro che riforma
l’unica logica è quella dei tagli

banchi_scuolaEsprimo il più netto dissenso sull’iniziativa parlamentare, d’ispirazione governativa, che vuole mandare al lavoro i giovani di 15 anni invece che mantenerli nella scuola dell’obbligo fino a 16. E’chiaramente una scelta determinata dal taglio delle risorse che già nell’anno passato, ha rappresentato la vera riforma della scuola e della formazione. Prima gli insegnanti ora addirittura vengono ridimensionati i ragazzi in difficoltà, considerati di serie B, per i quali si prefigura anziché la riconferma dei Percorsi Triennali  previsti dal governo Prodi per combattere la dispersione e l’insuccesso scolastico-formativo e messi tra l’altro a regime dall’attuale Ministro Gelmini, l’uscita dal sistema e l’inserimento precoce nel mercato del lavoro.

Ciò, in chiara controtendenza con il resto d’Europa dove, in molte realtà, si resta a scuola fino a 18 anni e soprattutto in contraddizione  con la necessità di fare investimenti in capitale umano per avere una forza lavoro sempre più preparata, più competente, più flessibile, in grado di garantire una produzione di qualità per competere nell’economia della conoscenza e per sostenere la ripresa.

Né si può realisticamente pensare che l’impresa, quando tornerà ad assumere, possa svolgere, su delega e con effetto di “sostituzione”, funzioni che non le sono proprie, come la formazione di base di consistenti masse di giovani.

Inoltre va ricordato che  solo il 20% degli attuali apprendisti riceve la formazione prevista dalla legge vigente, principalmente per ragioni di scarsità di stanziamenti nazionali dedicati.

Dove si pensa di trovare le maggiori risorse occorrenti per assicurare (siamo nell’ambito dell’obbligo scolastico) l’organizzazione di una offerta di istruzione informale oltre che formativa? L’aspetto non viene trattato, le risorse sono solo virtuali perché l’obiettivo resta quello del “risparmio”, i ragazzi apprenderanno, nel migliore dei casi, “facendo”, con meno costi e più flessibilità del lavoro.  Alla faccia del nuovo rapporto conclamato tra scuola, formazione, lavoro e delle reciproche integrazioni e alternanze.

L’iniziativa, oltre che strumentale rispetto alle economie di bilancio da realizzare, rende infine visibilmente plastico un ulteriore aspetto: l’abbandono di campo da parte dello Stato rispetto ad un compito primario, quello di assicurare a tutti i cittadini le pari opportunità di educazione, di crescita e di sviluppo, per una società equilibrata e inclusiva. Questo è in linea con una strategia generale che disinveste nell’istruzione e nella formazione, invece che adottare i necessari interventi correttivi delle pur presenti disfunzioni, lasciando ai comportamenti individuali (imprese/giovani-famiglie) gli aggiustamenti, le soluzioni, le scelte possibili, si creano cosi  nuove fratture tra ricchi e poveri, bloccando la possibilità dell’ascesa sociale  per i ragazzi, privi di mezzi e aiuti familiari, che corrono con un ritmo diverso o hanno differenti attitudini.

Nella modernità, al lavoro certamente può essere attribuito un grande valore formativo ma solo per coloro che possiedono già una cultura sufficientemente ampia e consolidata.

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