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Sapere e sviluppo, apprendimento motore essenziale della crescita

formazioneEcco il testo dell’intervento dell’europarlamentare Silvia Costa al dibattito sul tema “Sapere e sviluppo” al Decoder Campus, iniziativa promossa da Democrazia Viva, la rete associativa interna al Pd, che dal 9 all’11 luglio si è svolto al Parco dell’Acquasanta di Olevano Romano in provincia di Roma.


Sapere e sviluppo

Premessa

-         Occorre, innanzitutto, contestualizzare il tema della discussione. I dati recenti della contabilità della Grande Recessione per il lavoro degli italiani (“occupati e disoccupati” – Bollettino ISTAT del 24.6.2010, relativo al I° trimestre 2010)  offre uno scenario del mercato del lavoro dove le aspettative di ripresa economica  non trovano purtroppo ancora sostegno, in presenza di indicatori in ulteriore peggioramento.

-         Infatti il tasso di disoccupazione ha raggiunto quota 9,1%, con una perdita di 208.000 unità , sintesi di una significativa riduzione della componente italiana (-218.000 uomini; – 173.000 donne) e di una sostenuta crescita di quella straniera (+79.000 uomini; +104.000 donne).Va notato che a fronte di un cospicuo calo dei dipendenti a tempo indeterminato (-286.000 unità) si contrappone la sostanziale battuta di arresto della caduta del lavoro temporaneo (a termine e di collaborazione) e il consolidamento dell’occupazione a orario ridotto. Infatti nel periodo considerato, il numero degli occupati a tempo pieno, registra una riduzione dell’1,8% (-357.000 unità) mentre gli occupati a tempo parziale segnalano una significativa crescita (+4,6%, pari a +149.000 unità rispetto al I° trimestre 2009). L’incremento viene interpretato come dovuto esclusivamente al part-time “involontario, cioè a rapporti accettati in mancanza di occasioni di impiego a tempo pieno o a trasformazioni dei contratti pur di mantenere il posto di lavoro.

-         Ai quasi 2,3 milioni di disoccupati, si aggiungono i lavoratori in CIG ordinaria (in diminuzione), straordinaria (in aumento), in deroga (in consistente crescita), formalmente occupati ma a rischio di perdita del posto di lavoro per il sopraggiungere delle prime scadenze dell’erogazione dell’indennità, e che comunque vedono ancora lontana la possibilità di rientro  in azienda. (stimati a circa 623.000, dalle ore totali concesse nel 2010).

-         L’incremento della disoccupazione si concentra ancora una volta nel Centro-Nord. Il tasso di disoccupazione maschile rispetto al 2009 passa dal 6,8% all’8,1%, quello femminile dal 9,5% al 10,5%. (nel Sud passa dal 13,2% al 14%, con una punta del 17,6 per le donne). Il tasso di disoccupazione dei giovani 15/24 raggiunge il 28,8% ( senza lavoro è  un giovane su tre) con un massimo del 43,6% per le donne del Mezzogiorno.

-         Nelle Regioni Meridionali continua la riduzione delle forze lavoro sia per gli uomini (-39.000 unità) sia per le donne (-27.000 unità) mentre il tasso di inattività femminile rimane particolarmente elevato (64,1%):insieme ai  giovani, nella fascia tra i 25 e i 35 anni, raggiungono quasi due milioni di unità.

-         Tra gli inattivi, si ritrovano anche i Neet, acronimo di “Not in employment, education or training), giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano, non si formano, di cui l’Italia è il “produttore leader”: oltre due milioni, il doppio della media europea.

-         Il dato da sottolineare è che sono ricominciate a crescere ,nel trimestre esaminato ,le forme contrattuali flessibili e ad orario ridotto – in altri termini chi riesce ad entrare nel mercato del lavoro o a mantenere l’impiego, è sempre più spesso costretto a ridurre l’orario e di conseguenza lo stipendio.

-         Per quanto riguarda  l’Europa, dalle statistiche di maggio di Eurostat, il tasso di disoccupazione nei 16 paesi che compongono l’area dell’euro, è rimasto nel trimestre  al 10%. Rispetto all’anno precedente il tasso di disoccupazione maschile è salito dal 9,2% al 9,9% e quello femminile dal 9,5% al 10,2%. I giovani senza lavoro al di sotto dei 25, anni hanno raggiunto il 19,9% con il tasso più elevato del 40,5% in Spagna.

-         E’ opinione diffusa che la ripresa occupazionale debba seguire quella economica di alcuni mesi, tempo necessario alle aziende per riorganizzarsi e per pianificare le nuove assunzioni, per cui nelle più ottimistiche previsioni, si dovrebbe assistere nei prossimi mesi ad un rallentamento dei processi di riduzione della base occupazionale, fino ad una inversione di tendenza alla fine del 2010.

-         Il sistema produttiva sta dando timidi ma incoraggianti segni di risveglio anche se a macchia di leopardo e se è ancora accompagnato da atteggiamenti di grande prudenza da parte degli operatori economici. Dall’altra parte i Governi europei, con modalità diverse l’uno dall’altro, si sono accordati su politiche di austerità, almeno per i prossimi due anni. Per quanto possano Cina e USA promuovere politiche di sviluppo, gli effetti sull’Europa e sui sistemi produttivi nazionali non sono scontati.

-         Anche la strategia “Europa 2020 per l’uscita dalla crisi e la crescita”, nonostante alcune positive scelte condivise (pochi obiettivi numerici declinati a livello nazionale da concordare  con la Commissione), è stata già giudicata insufficiente( per essere stata elaborata prima degli accordi di Maggio per contrastare la recessione,  per la mancanza di una strumentazione efficace, per la presenza di molti “colli di bottiglia”, per il non allineamento con gli adempimenti del patto di stabilità) a garantire gli obiettivi relativi allo sviluppo e all’occupazione.

-         Nel nostro Paese, ammesso che ci possano essere già nell’anno in corso nuove positive performance del’economia, prima ancora di rimettere in moto il meccanismo delle assunzioni delle nuove leve, c’è da assorbire il bacino dei Cassintegrati. Posto il protrarsi della crisi questi lavoratori stanno passando dal CIG ordinaria a quella straordinaria, oppure stanno gonfiando la CIG in deroga.

-         Gli andamenti del mercato del lavoro sono meno lineari di quelli ipotizzabili ,perchè sono le esigenze e le politiche aziendali che determineranno l’equilibrio tra chi “ritorna” e che è assunto per la prima volta, ma comunque c’è da ritenere che saranno i giovani, specie le donne a permanere nelle  situazioni più critiche, in particolare al Sud.

-         Non ci sono ancora informazioni adeguate sulla povertà e la disuguaglianza durante la crisi ma si può pensare che queste siano fortemente aumentate, in assenza di sistemi di “protezione” minima estesa a tutti.

-         I nostri ammortizzatori sociali, giudicati dal Governo (Sacconi/Brunetta) i “migliori del mondo”, sottoposti a simulazioni con tecniche di “stress-test” (ricerche dell’Università di  Essex riportate da Boeri), si sono rivelati quelli che proteggono in Europa di meno i lavoratori con salari bassi, che non coprono – se non in minima parte – i lavoratori atipici, che non prevedono nessun aiuto per i giovani, alla ricerca del primo impiego o che perdono il lavoro precario.

-         Infatti  quel terzo di giovani che non trovano un impiego da più di 12 mesi, con danni permanenti su retribuzione, durata dell’impiego e anche salute e con la prospettiva di avere pesanti effetti negativi anche sul trattamento di pensione, non riesce ad ottenere alcuna rappresentanza .

-         In Europa ,al contrario, è all’attenzione delle istituzioni, in particolare del Parlamento, una proposta sull’introduzione, nell’ambito di una  cornice di regole condivisa, di un reddito minimo (basic-income) estesa in senso universalistico ma ad alcune condizioni, collegato alla cittadinanza  indipendentemente dallo status lavorativo .(Nel nostro Paese , la CIG in deroga che la politica decide a chi dare e a chi non dare e che continua a crescere in modo eccezionale perché  è a costo zero per i datori di lavoro, e le altre integrazioni e varie indennità esistenti, potrebbero essere sostenute,anche sotto la spinta europea, da un sistema di sussidi, con regole uguali per tutti che eviti a chi perde il lavoro, o chi non riesce ad ottenerlo di finire in povertà e sotto la soglia di sussistenza).

-         Sempre per contrastare il dualismo del mercato del lavoro e per regolamentarne le forme di ingresso, va richiamata  anche la proposta di provvedimento recentemente approvata dal Parlamento Europeo sui contratti atipici, che dà indicazioni precise e che fissa alcuni punti fondamentali sulla materia quali:

  • Il contratto a tempo indeterminato deve essere la forma contrattuale normale anche nel contesto di un mercato del lavoro flessibile e dinamico.
  • A tutti i lavoratori, a prescindere dalla forma del contratto, deve essere riconosciuto un corpus di diritti fondamentali.
  • La formazione deve essere integrata per agevolare la stabilizzazione dei lavori temporanei.
  • Vengono promosse misure organizzative per la conciliazione tra vita familiare e vita lavorativa.
  • La lotta al lavoro sommerso viene individuato come un obiettivo primario di una specifica strategia europea.
  • Viene valorizzata la contrattazione collettiva per disciplinare la materia

(Quale) sapere (per quale) sviluppo

-         Nella premessa  sono state  riportate  alcune delle informazioni significative che è sembrato opportuno richiamare per meglio  affrontare i temi in discussione. Entrando nel merito, l’iniziale, quasi banale osservazione da fare è che S & S sono aspetti sempre più interconnessi. Nella società della conoscenza, delle tecnologie, dei beni immateriali, e dei mercati aperti e  globalizzati, la competitività dei sistemi e dei prodotti dipende certamente dai costi, ma non può prescindere dalla ricerca, dall’innovazione, dalla qualità, che richiedono maggiore educazione,cultura, istruzione e formazione. La crisi e le prospettive della ripresa stanno accentuando queste esigenze

-         Secondo il CEDEFOP in Europa nei prossimi anni:

  • la domanda di lavoratori altamente qualificati passerà dal 29% al 35%
  • la domanda per un livello di formazione medio si stabilizzerà intorno al 50%
  • la domanda per qualifiche basse diminuirà dal 20% al 15%

Sempre secondo il CEDEFOP, sarebbe pericoloso perseguire una politica in cui sia usato come indicatore per il successo il numero/la proporzione di studenti che raggiungono una educazione terziaria. Il profilo dell’eduzione e della formazione è infatti importante quanto il livello, tenendo presente che il 50% delle abilità domandate/offerte è relativo al livello medio di qualificazione. Questa proporzione è destinata, anche in prospettiva, a non cambiare. Viene infatti sottolineato che i Paesi con un forte sistema di qualifiche professionali (Danimarca, Germania, Austria, Paesi Bassi) sono quelli con il più basso tasso di disoccupazione giovanile, mentre i Paesi dove mancano tali sistemi, evidenziano seri squilibri nel mercato del lavoro.

-         Negli ultimi 10 anni nelle aree industrializzate, interessate da profondi cambiamenti della produzione e dell’economia, un’attenzione specifica è stata rivolta, anche sotto la sollecitazione della Commissione Europea e della programmazione del FSE, al miglioramento e all’integrazione dei sistemi dell’istruzione, della formazione, del lavoro, per rispondere innanzitutto alla domanda di una più ampia e mirata gamma di conoscenze e abilità, ma anche per affrontare i gap di conoscenze di base nonché il digital divide delle popolazioni.

-         Analisi internazionali avevano infatti evidenziato un po’ ovunque, con vistosi scostamenti dalle medie (Italia), forti criticità nei livelli di istruzione e vistosi disallineamenti tra domanda e offerta di saperi e di profili professionali.

-         Nonostante gli apprezzabili passi in avanti le difficoltà non sono ancora superate, come dimostra la nuova strategia europea che ripropone la riduzione della dispersione scolastica (al 10%) e la maggiore educazione terziaria (al 40%) , come uno dei 5 selezionati obiettivi strategici da raggiungere nel 2020, per contrastare la recessione e agevolare la crescita e l’occupazione.

-         Va ricordato  che in Italia un ostacolo oggettivo alla concreta ed efficace programmazione dell’offerta formativa è ,da sempre, la mancanza di previsioni attendibili sui  fabbisogni del sistema produttivo sotto il profilo qualitativo e di un quadro di orientamenti che, al di là delle turbolenze o delle crisi cicliche dell’economia, indichi la direzione fondamentale di marcia, le scelte e le vocazioni per lo sviluppo del paese e dei vari territori.

-         Il tentativo di “Industria 2015” del Governo precedente, con cui si erano collegate le strategie e le risorse per rafforzare il sistema industriale con la riforma dell’istruzione tecnica superiore (ITS) non accademica, è rimasto tale.

-          Gli interventi successivi hanno subordinato la realizzazione dei modesti piani di modernizzazione e riorganizzazione della scuola e dell’Università alla scelta, immediata e prioritaria ,dei tagli lineari e del risparmio di bilancio (per quanto riguarda la formazione professionale, si è assistito ad una vera e propria teorizzazione della necessità di un “abbandono di campo da parte del soggetto pubblico in favore delle imprese, ritenute più capaci di garantire la concreta preparazione dei giovani (apprendistato) e dei lavoratori (formazione continua) superando l’autoreferenzialità e gli alti costi delle agenzie formative  (v. piano 2020 Sacconi-Germini).

-         Ciò in palese contraddizione con la necessità- pur in una logica di razionalizzazione dei sistemi evitando gli sprechi- di investire di più nelle nuove generazioni, nella scuola, nell’università, nella ricerca e nella cultura, come alcuni paesi  stanno  facendo (Germania, Francia, USA)  e come anche “Europa 2020” indica come obiettivo strategico ,  mettendo  a posto i conti ma con in mente un “progetto” per un futuro migliore.

-         Va sottolineato che quando si affrontano le questioni relative alla crescita, il territorio appare un punto nevralgico di snodo.

-         Se le nuove tendenze della ripresa parlano  di valorizzazione delle condizioni territoriali (in controtendenza con la “delocalizzazione”), di “radicamento”, sempre più ricercato per l’uso del capitale sociale esistente e della “ricchezza produttiva”, fatta di filiere di fornitori,  oggi  indispensabili per la rapidità nel produrre e per qualità dei prodotti (v. la nuova stagione dei Distretti nei settori tessile e agroalimentare) ,ciò richiede legami non episodici nelle realtà locali tra scuole, agenzie formative, centri di ricerca, università e sistema produttivo e parti sociali, per interfacciare le grandi dinamiche e le politiche generali e le possibilità dei “luoghi”, per guardare ampio e apprezzare le proprie specificità.

-         I processi di riposizionamento di molte imprese (anche attraverso le opportune aggregazioni) rappresentano una sfida per i territori di mezza Italia, visto che una delle criticità e fragilità è costituita dall’uscita del mercato del lavoro, per licenziamenti ma anche per motivi anagrafici, di molte professionalità che non trovano sostituzione, nonostante l’alta disoccupazione giovanile, per la mancanza di un’offerta formativa adeguata e contestualizzata ai cambiamenti delle figure e dei profili professionali e il poco interesse dei giovani verso le scuole industriali, in carenza di un sistema di Orientamento efficace e diffuso, scolastico ed extrascolastico  e in presenza di riforme ancora confuse del secondo ciclo.

-         Il tema del territorio introduce la questione delle Amministrazioni locali e della loro disponibilità a trasformarsi e a innovarsi  per svolgere fondamentali compiti e funzioni di indirizzo, di promozione , di coordinamento dei processi richiamati.

-         Il loro ruolo assume infatti una particolare centralità e la capacità di fare “sistema”risulta una chiave fondamentale per creare “valore”. I Governi locali sono perciò sollecitati a riconfigurare la propria missione istituzionale (fin’ora strumento di attuazione delle policy e di produzione di beni e servizi in modo diretto o indiretto) e il proprio profilo organizzativo, per occupare uno spazio fondamentale, in cui l’attore pubblico può orientare e influenzare strategie, priorità obietti per lo sviluppo produttivo, per il funzionamento del mercato del lavoro, per l’adeguamento dei sistemi di istruzione e formazione, per aggiungere servizi e prestazioni al sistema di welfare. Sempre più frequentemente si osservano così formule che vanno nella direzione dellagovernance” e del c.d. “soft-government” (accordi, cabine di regia, piani strategici, forme di sussidiarietà  orizzontali …).

-                     Ricapitolando, le direttrici di marcia su cui i Paesi europei si sono accordati, sono  senz’altro valide: investire in infrastrutture nei settori strategici per lo sviluppo (trasporti, energia, ambiente, ma anche tecnologie) e contemporaneamente in innovazione e ricerca,  rafforzando le politiche mirate per le risorse umane, a livello di istruzione, formazione, educazione, cultura, per mettere in relazione le competenze e le capacità, le figure e i profili professionali da acquisire con i fabbisogni del sistema produttivo da rilanciare. Tali linee individuano infatti nell’ apprendimento uno dei motori essenziali della crescita .

-                     Riaffermare l’ “Europa della conoscenza”, significa allora portare a compimento ,nei contesti nazionali ,con modi e forme specifiche,una serie di processi (le riforme), con riferimento alla nostra realtà:

-                      che riguardano la messa a punto di sistemi di apprendimento efficaci ed adatti alla modernità per ridurre, attraverso integrazioni efficaci tra scuola e formazione, la dispersione e gli insuccessi scolastici che hanno ripreso a crescere;

-                     in cui venga affermato il diritto individuale di ciascuno all’apprendimento permanente;

-                     in grado di offrire, attraverso la lettura del lavoro e delle sue trasformazioni, opportunità formative di buona qualità,per i giovani e gli occupati, non autoreferenziali ma rispondenti alle concrete necessità delle imprese ;

-                     in cui sia possibile coniugare la formazione sia teorica che pratica al lavoro nell’ambito di un rinnovato rapporto di apprendistato;

-                      in cui si costruiscano relazioni non casuali tra mondi della scuola, della formazione, del lavoro, per sostenere, facendo massa critica e contando su adeguate dotazioni in termini di mezzi e strumenti, lo sviluppo produttivo locale (v.Poli),

-                      in cui si creino rapporti collaborativi e sinergici tra università e imprese, per il trasferimento delle conoscenze e la ricerca applicata(v. ad es. la costituzione del recente Network per la valorizzazione della ricerca scientifica universitaria di 34 atenei italiani per dare maggior omogeneità alle attività in materia di brevettazione,costituzione di spin-off e trasferimento tecnologico)

-                     in cui infine si attivino meccanismi di riconoscimento e validazione dei crediti e delle competenze, ovunque e comunque conseguiti, sulla base della piattaforma condivisa europea (EQF), per agevolare la mobilità professionale e del lavoro. Su questi temi si potrebbero  anche  definire  schemi europei per orientare similmente le politiche degli stati , sostenute dai Fondi Strutturali.

-                     Tali interventi, alcuni già avviati dalle Regioni, richiedono tempi diversi di realizzazione. Nell’immediato,è per es. urgente “aggiustare” le misure rivolte a garantire una preparazione migliore e l’aggiornamento delle competenze dei lavoratori in Cig secondo il Piano Governo –Regioni del Febbraio 2009, attualmente in corso e che ,secondo le rilevazioni contenute nei  primi Rapporti di valutazione ,presentano  molti limiti( per  difficoltà organizzative, solo un lavoratore su tre ne ha fin’ora beneficiato;vi è una evidente latitanza dei Fondi Interprofessionali…) C’è anche da pensare alla disoccupazione giovanile, che sta mettendo a rischio un’intera generazione, specie nel Sud. La proposta ,per responsabilizzare le istituzioni pubbliche su tale fronte, di un Programma straordinario nelle realtà meridionali,a carico dello Stato ,con incentivi consistenti,per l’utilizzo dei giovani nelle aziende produttive (che hanno retto meglio alla crisi  in quanto rivolte a soddisfare una domanda interna) ,ma anche con la possibilità ,per gli enti locali ,di utilizzare questo Programma,per ridurre le difficoltà nell’erogazione dei servizi ,con un ragionevole scambio per farequadrare i conti” tra i vari livelli istituzionali, potrebbe essere presa in considerazione e approfondita.

-                     Così come la proposta di un patto di “fiducia” con le nuove generazioni, riguardante istituzioni, imprese, parti sociali, impegnati a realizzare riforme strutturali indispensabili,   trovando nuove soluzioni, con un’attenzione particolare alle differenze di genere, per :

a)     Il lavoro di ingresso (superandone la precarietà diffusa e la flessibilità senza limiti e garanzie: le flessibilità generano infatti ulteriori flessibilità, sempre più economiche per le imprese .Si tratta di adottare regimi di flexicurity in cui l’atipicità e la discontinuità delle prestazioni siano controbilanciate da meccanismi di welfare , di formazione, di orientamento, tendenti alla stabilizzazione.

b)    Il salario di ingresso (eccessivamente basso, da riparametrare secondo funzioni  e merito. Se è vero che uno dei problemi è rappresentato dalla lunghezza della transizione e che è comunque importate per il giovane trovare “un’occupazione”dopo la scuola o la formazione, anche se sottopagata, il rischio è di  accentuare in tal modo,forme di dualismo del mercato del lavoro).

c)     La previdenza (con l’adozione di un modello che tenga conto delle discontinuità lavorative, posto che sui giovani pesano tra l’altro gli oneri crescenti di una popolazione che invecchia);

d)    La tutela in assenza di lavoro (con l’introduzione del reddito di base  in senso universalistico, collegato non con il lavoro ma con la cittadinanza);

e)     Il nuovo welfare (in termini di prestazioni e di servizi sociali in particolare alle giovani famiglie, non standardizzati ma rispondenti alle necessità e ai bisogni delle persone, specialmente delle donne).

-                     Tali iniziative avrebbero anche lo scopo di rinsaldare i legami con le nuove generazioni, spostando dalle loro spalle il peso e le responsabilità di quanto sta accadendo, limitando il disagio (se non il danno), dell’attesa del lavoro iniziale, dopo la scuola , per tempi lunghi; mettendo di nuovo in sintonia la formazione ricevuta con gli sbocchi professionali e con le opportunità offerte dallo sviluppo ; valorizzando nuovi ambienti di apprendimento; riconoscendo le competenze ,ovunque e comunque acquisite; integrando lavoro e formazione per agevolare la stabilizzazione degli impieghi; creando cioè le condizioni per una sicurezza sociale ed economica ,indispensabili  per invertire i processi attuali e tornare a crescere.

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