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Riunificazione della Germania, il Parlamento celebra il ventennale

delorsSono passati 20 anni dalla riunificazione della Germania, un evento che ieri il Parlamento ha voluto celebrare insieme a Jacques Delors, ex presidente della Commissione europea, e a Lothar de Maizière, il primo ministro della Germania dell’Est eletto democraticamente. Ne abbiamo approfittato per intervistare Delors.

Jacques Delors, francese, uno degli architetti dell’idea “Europa” negli anni Ottanta e Novanta, alla testa della Commissione per quasi un decennio, dal 1985 al 1994. Membro del partito socialista francese, deputato al Parlamento europeo dal 1979 al 1981, presidente del think tank Notre Europe, l’onorevole Delors con i suoi 85 anni è un personaggio che ha ancora molte cose da dire.

Nelle sue parole spiccano l’elogio al “buon lavoro” svolto dalla Germania negli ultimi venti anni e l’esortazione agli Stati membri dell’Europa di oggi ad impegnarsi in una reciproca comprensione per ritrovare un’anima comune. Non manca la preoccupazione per la crisi in cui è precipitato il progetto europeo, minato dagli atteggiamenti spesso egoistici dei governi nazionali, dalla globalizzazione e da un crescente individualismo.

Onorevole Delors, lei era presidente della Commissione europea al tempo della riunificazione tedesca. Qual è stato il suo ruolo in questa “accelerazione della storia”?

JD: Gli avvenimenti che si sono susseguiti sempre più velocemente nel 1989 avrebbero potuto portare, se non a una guerra mondiale, a dei conflitti violenti e un periodo di instabilità. Se non è successo lo dobbiamo a Mikhail Gorbaciov, all’allora presidente degli Stati Uniti George H.W. Bush, al cancelliere tedesco Helmut Kohl e a Lothar de Maizière. Al tempo, io mi trovavo a capo della Commissione europea. Avevo il diritto di iniziativa e ero il custode dei trattati. A partire dal 1988 mi sono sforzato di attirare l’attenzione sui problemi da affrontare e, all’indomani della caduta del muro di Berlino, ho cercato di spiegare che anche i tedeschi dell’Est potevano far parte dell’Europa. Sono stato criticato da alcuni, ma tutto questo ha aiutato a indirizzare la storia nella giusta direzione.

Ha mai avuto dei timori rispetto all’integrazione della Germania dell’Est nella Comunità europea?

JD: Sì, certo. Il bilancio finale è stato positivo, ma è inevitabile che una persona al posto mio avesse dei timori. Non ero sicuro che tra i tedeschi dell’Est e quelli dell’Ovest sarebbe andato tutto bene. Tuttavia c’era un forte entusiasmo di molti tedeschi dell’Ovest: volevano aiutare i loro concittadini dell’Est. Molti dirigenti della Germania occidentale scelsero di creare delle imprese nella Germania orientale, dove la situazione economica era terribile. Nel complesso non tutto è stato ancora fatto, ma credo che la Germania, negli ultimi venti anni, abbia fatto un buon lavoro.

La riunificazione della Germania ha dato all’Europa una lezione che potrebbe esserle utile nel processo di integrazione dei nuovi Stati membri?

JD: La situazione oggi è molto diversa da allora. È vero che gli avvenimenti del 1989 hanno aperto la strada sia alla riunificazione tedesca che all’allargamento dell’Europa, ma quello che è successo in Germania ha avuto un fortissimo impatto emotivo sugli europei della parte occidentale. Era ancora l’Europa dei sei grandi Stati, la Germania ne faceva parte. Per quanto riguarda gli altri paesi ho sempre sostenuto una politica di allargamento, ma è tutta un’altra storia rispetto alla riunificazione tedesca. Forse non è stata messa in pratica nel modo giusto. In ogni caso, se fossi stato al potere, l’avrei incoraggiata. Tra gli europei ci vorrebbe una vera comprensione reciproca e non soltanto interessi comuni. Bisogna tenere viva questa fiamma. Una volta ho detto che l’Europa ha bisogno di un’anima. Posso aver sconvolto qualche credente, ma io ho pronunciato questa affermazione in senso laico. E oggi l’Europa ha ancora bisogno di un’anima.

Grazie al Parlamento europeo, una democrazia reale e pluralista non è più un concetto vuoto, ma è una realtà», ha detto ieri (giovedì 7 ottobre) ai deputati europei. Come può l’Europa rinnovare con i suoi cittadini un legame che per molti si è ormai rotto?

JD: Durante il mio intervento di ieri ho ricordato come la democrazia europea sia qualcosa che esiste realmente. Eppure tra i 27 governi degli Stati membri quanti parlano dei lavori del Parlamento europeo? Quanti spiegano che in Europa c’è una democrazia? Non c’è ne è nemmeno uno. L’atteggiamento negativo non viene dalle istituzioni europee, ma dai governi nazionali.

Il progetto europeo sembra sempre di più in crisi. Cosa ne pensa e qual è la sua visione dell’Europa?

JD: Uno dei motivi per cui il progetto europeo è in panne è per la globalizzazione che risveglia i nazionalismi, anzi quasi un regionalismo diffuso. In più nella nostra società l’individualismo sta guadagnando terreno e questo fa male sia alla democrazia nazionale che a quella europea.

Uno dei nostri fan su Facebook ha lasciato un messaggio: “Finora l’Unione europea è stato un progetto imposto dall’alto, ma per una vera unità dovrebbe diventare un processo che parte dal basso”. Cosa ne pensa?

JD: Non ha torto. All’inizio il progetto è nato sulla scia dell’entusiasmo del dopoguerra, ma si è poi trasformato in un qualcosa di elitario, concentrato sulla parte economica. Per farla semplice: l’Europa non è una federazione come gli Stati Uniti. Per creare una democrazia comune gli intermediari non possono che essere i governi nazionali e se questi scelgono di parlare dell’Europa di oggi come se fossimo ancora ai tempi del Congresso di Vienna, allora non c’è niente da fare. L’Europa non può essere fatta contro la volontà dei governi nazionali. Purtroppo sono questi ultimi a non mostrare più alcun entusiasmo per il progetto europeo.

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