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Quote rosa in Europa una vera rivoluzione culturale, ma decisivo ruolo degli stati UE

Ecco il testo dell’intervento del’europarlamentare Silvia Costa al seminario promosso dal gruppo S&D a bruxelles su “Women on board” del 14 novembre 2012.

 

La importante approvazione di oggi da parte della CE della proposta di Direttiva della Reding, presentata congiuntamente con Tajani, Almunia, Rehn, Barnier e Andor segna un passo deciso in avanti su una delle cinque priorità individuate nella strategia per le donne 2010/2015, ovvero il rafforzamento della presenza delle donne nei poteri decisionali. Ma è anche il frutto della risoluzione sulle donne e la direzione delle imprese, approvata in Commisione Femm e poi in plenaria nel luglio 2011.

Infatti, grazie alla determinazione del gruppo S&D (di cui ero relatrice ombra in Comm Femm), la risoluzione conteneva la richiesta alla Commissione europea di emanare entro un anno una direttiva per ottenere il 40% entro il 2020, qualora le imprese non avessero adottato tali misure su base volontaria.

Tale moral suasion ha ottenuto ben poco: sulle potenziali 5000 imprese quotate in borsa nella UE solo 24 hanno dato seguito all’ incremento di donne nei board.

Nel frattempo una spinta è venuta dalle leggi nazionali approvata (Norvegia e Belgio, ad esempio) e da quelle in corso come in Francia, Italia e Spagna. Ad oggi 11 stati membri hanno introdotto strumenti legislativi per promuovere l’uguaglianza di genere nei Cda delle imprese, di cui otto riguardano anche le pubbliche.

La base legale di questa direttiva è sia nella Carta dei diritti fondamentali della UE  che l’art. 19 contro le discriminazioni che l’art. 157 del TFUE che da il potere alla UE di adottare misure che assicurino il principio di eguali opportunità ed uguale trattamento per uomini e donne nel lavoro incluse azioni positive laddove uno dei due sessi sia sotto rappresentato. In Europa nei boards non esecutivi sono il 15% mentre in quelli esecutivi sono il 9%.

In particolare nella risoluzione, oltre all’obiettivo delle quote, proponevamo alcune misure strategiche per rafforzare l’empowerment, opportunità formative continue, valorizzazioni degli skills manageriali, prevenzione di discriminazioni, welfare amico delle donne e della famiglia, Rsi, superamento dell’income gender GAP tra uomini e donne dirigenti, codici di governance societaria, organizzazione flessibile degli orari di lavoro.

Ma soprattutto la proposta che le quote devono rappresentare una vera rivoluzione culturale nelle trasparenza delle procedure di selezione e di nomina, obbligando le imprese a raccogliere e confrontare cv di uomini e donne e di scegliere, a parità di qualificazione e idoneità, i candidati appartenenti al sesso sotto rappresentato. Troppe volte le quote hanno significato indifferenza sulla qualità dei cv maschili e per le donne gli estremi: o super qualifiche o cooptate dal capo di turno!

Mi fa piacere che tra i casi positivi di legislazione efficace la Reding abbia inserito l’Italia, accanto a Francia e Belgio. In effetti dal luglio scorso, data di approvazione legge italiana, le donne nominate sono aumentate di oltre il tre per cento.

Entro due anni gli stati membri sono obbligati ad adottare legislazioni coerenti con meccanismi di implementazione. Le sanzioni devono comunque essere effettive, proporzionate e dissuasive. Si suggeriscono alcune misure tra cui l’annullamento delle nomine, multe amministrative. Non compaiono più la esclusione dalla partecipazione dai contratti pubblici e da tutti i benefici pubblici. Ma alcune leggi nazionali sono più avanzate. Ora sta agli stati membri e al Parlamento europeo.

 

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