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Nobel per la Pace all’Unione europea, il discorso di Van Rompuy

Ecco il testo del discorso del Presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy in occasione della consegna del premio Nobel per la Pace all’Unione europea

 

Maestà, Altezze reali, Capi di Stato e di Governo, Membri del comitato per il premio Nobel, Eccellenze, Signore e Signori,

siamo qui oggi per ricevere insieme, con umiltà e gratitudine, questa prestigiosa onorificenza a nome dell’Unione europea.

In tempi di incertezze, questa giornata ricorda ai cittadini dell’Europa e del mondo la ragion d’essere dell’Unione: rinsaldare la fratellanza tra le nazioni europee, oggi come domani.

Questo è il compito che siamo chiamati a svolgere. Come lo è stato per le generazioni che ci hanno preceduti. E come lo sarà per quelle che ci seguiranno.

Permettetemi di rendere omaggio, da questa tribuna, a tutti gli europei che hanno sognato un continente in cui regni la pace e a tutti coloro che, giorno dopo giorno, fanno sì che questo sogno diventi realtà. Questo Premio è il loro premio.

La guerra è vecchia come l’Europa. Questa Europa che porta le cicatrici di lance e spade, cannoni e fucili, trincee e carri armati. La tragedia della guerra riecheggiava già nelle parole di Erodoto 25 secoli fa: “In tempo di pace i figli seppelliscono i padri ma in tempo di guerra sono i padri a seppellire i figli”.

Eppure, … dopo due guerre terribili che hanno gettato nell’abisso il nostro continente e il resto del mondo… un’era di pace duratura è finalmente sorta in Europa.

In quei tempi bui le nostre città erano ridotte in macerie e il lutto e il risentimento animavano molti cuori. Quanto doveva sembrare difficile allora ritrovare “quelle semplici gioie e quelle speranze che rendono la vita degna di essere vissuta”, come ebbe a commentare Winston Churchill.

Nato in Belgio nell’immediato dopoguerra, sono cresciuto con i racconti della guerra. Mia nonna parlava della Grande guerra. Mio padre raccontava che nel 1940, appena diciassettenne, aveva dovuto scavarsi la fossa con le proprie mani. Fortunatamente si salvò, altrimenti non sarei qui oggi.

Quale ardita scommessa fu per i padri fondatori dell’Europa decidere di interrompere la spirale di violenza, mettere fine alla logica di vendetta, costruire un futuro migliore, insieme. Quale potente forza immaginativa.

L’Europa poteva vivere in pace anche senza l’Unione? Difficile a dirsi, non lo sapremo mai. Una cosa però è certa: non sarebbe stata la stessa pace. Vale a dire una pace stabile, non un cessate il fuoco a tavolino. Ciò che la rende speciale ai miei occhi è la riconciliazione.

In politica come nella vita, la riconciliazione è cosa ardua, perché non vuol dire solo perdonare e dimenticare, o voltare pagina. Francia e Germania avevano lunghi trascorsi alle spalle quando decisero di compiere quel passo… di firmare un trattato di amicizia… ogni volta che sento queste parole “Freundschaft” “Amitié” mi commuovo. Parole della sfera privata, non adatte a un trattato tra nazioni. Eppure era tale la volontà di non lasciare che la storia si ripetesse, di fare qualcosa di radicalmente nuovo, che acquisirono un nuovo significato.

Per i popoli, l’Europa era una promessa che incarnava la speranza.

Nel 1951 Konrad Adenauer era a Parigi per siglare il trattato sulla Comunità del carbone e dell’acciaio. Una sera in albergo ricevé un regalo. Era una medaglia di guerra, una Croix de Guerre appartenuta a un soldato francese. Gliela aveva recapitata la figlia di quel soldato, una giovane studentessa, con un biglietto che offriva la medaglia al Cancelliere in segno di riconciliazione e speranza.

Nei miei ricordi ci sono tante immagini commoventi.

I leader di sei Stati riuniti nella città eterna per dare il via a un nuovo futuro… Willy Brandt che si inginocchia a Varsavia. I portuali di Danzica ai cancelli del cantiere navale. Mitterrand e Kohl che si danno la mano. Due milioni di persone che uniscono Tallinn, Riga e Vilnius in un’unica catena umana. Era il 1989. Sono questi momenti che hanno cicatrizzato le ferite dell’Europa. Ma i gesti simbolici da soli non bastano a cementare la pace.

Ed è qui che l’Unione europea sfodera la sua “arma segreta”: un impareggiabile intreccio di interessi che rende la guerra materialmente impossibile. Al prezzo di continui negoziati, su un numero crescente di argomenti, tra un numero crescente di paesi. È la regola d’oro di Jean Monnet: “Mieux vaut se disputer autour d’une table que sur un champ de bataille.” (“Meglio litigare intorno a un tavolo che su un campo di battaglia”).

Se dovessi spiegarlo a Alfred Nobel direi, parafrasandolo: non un congresso di pace, ma un congresso di pace permanente! Ammetto che alcuni aspetti suscitino perplessità, e non solo dal di fuori. Ministri di paesi senza sbocco sul mare si infervorano per le quote di pesca. Europarlamentari scandinavi discettano sul prezzo dell’olio d’oliva.

L’Unione è maestra nell’arte del compromesso. Non un teatro di vittorie e sconfitte, ma una casa dove tutti i paesi si riscattano nel dialogo. E se il prezzo da pagare sono discussioni interminabili, siamo disposti a pagarlo…

Signore e Signori, ebbene sì, ci siamo riusciti. La pace è realtà. La guerra è inimmaginabile. Ma “inimmaginabile” non vuol dire “impossibile”. Ecco perché siamo qui riuniti, oggi. L’Europa deve mantenere la sua promessa di pace. Non ho dubbi che sia questo lo scopo ultimo dell’Unione.

Ma questa promessa non basta da sola a coinvolgere i cittadini. Per molti, fortunatamente, la guerra è oramai una eco lontana. Per molti, non certo per tutti. La dominazione sovietica sull’Europa dell’est è finita da appena vent’anni. Ancora recentemente i Balcani sono stati teatro di orrendi massacri. L’anno prossimo i bambini nati ai tempi di Srebrenica avranno appena diciotto anni. Certo hanno già fratelli e sorelle nati dopo la guerra: la prima vera generazione post-bellica d’Europa. L’importante è che non ce ne siano altre.

Presidenti, Primi ministri, Eccellenze, ebbene sì: dove prima c’era la guerra ora regna la pace. La storia però ci chiama ad un altro compito: tenere viva la fiaccola della pace anche quando regna. Dopo tutto la storia non è un romanzo che chiudiamo una volta arrivati al lieto fine: ciò che può ancora accadere è nostra piena responsabilità.

La conferma è proprio in quello che sta succedendo oggi: la crisi economica che viviamo, la peggiore delle ultime due generazioni, mette a dura prova la vita dei cittadini e i legami politici su cui si regge l’Unione.

Famiglie che arrivano a fatica a fine mese, lavoratori per strada, studenti che vivono nell’angoscia di non trovare lavoro, per quanto facciano: la prima cosa che viene loro in mente quando pensano all’Europa non è certo la pace…

Quando la prosperità e il lavoro, fondamenta delle nostre società, sono in pericolo, è normale che i cuori si induriscano, gli interessi si ripieghino e vecchie fratture e stereotipi riemergano dal passato. E allora possono sorgere dubbi non solo sulle decisioni comuni ma sul fatto stesso di decidere insieme.

Certo bisogna relativizzare – per quanto forti, queste tensioni non potranno mai riportarci indietro ai tempi bui – ma l’Europa sta affrontando un vero e proprio banco di prova.

Parafrasando Abramo Lincoln ai tempi di un altro banco di prova in un altro continente, la domanda oggi è “se quellUnione, o ogni altra Unione così concepita e così votata, possa a lungo perdurare”.

La risposta è nelle nostre azioni e siamo certi che ci riusciremo. Lavoriamo duro per superare le difficoltà, per rilanciare la crescita e l’occupazione.

E anche se agiamo sotto necessità pressanti, siamo guidati dalla volontà di rimanere padroni del nostro destino, da un senso di comunità e, in qualche modo, dall’idea stessa di Europache dai secoli ci parla.

La presenza qui oggi di così tanti leader europei testimonia una convinzione profonda e condivisa: ne usciremo insieme e più forti. Più forti per difendere i nostri interessi e promuovere i nostri valori nel mondo.

Lavoriamo tutti per tramandare ai nostri figli e ai figli dei nostri figli un’Europa migliore. Perché i posteri possano dire un giorno: quella generazione – la nostra – ha mantenuto la promessa dell’Europa.

I giovani di oggi vivono già in un mondo nuovo. L’Europa è per loro una realtà quotidiana. Non l’obbligo di rimanere nella stessa barca, ma la fortuna di poter liberamente scegliere per lo scambio, il viaggio e la condivisione. Condividere un continente, esperienze, l’avvenire e darvi forma insieme.

Eccellenze, Signore e Signori, questo nostro continente, sorto dalle ceneri del 1945 e unitosi nel 1989, ha una grande capacità di rigenerarsi. Alla posterità il compito di portare oltre questa impresa comune. Mi auguro che i posteri sapranno assumersene la responsabilità con orgoglio. E che sappiano dire, come diciamo noi oggi: Ich bin ein Europäer. Je suis fier d’êtreeuropéen. Sono fiero di essere europeo.

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