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Le donne e la Primavera araba, l’analisi della rivista “Limes”

“Per le donne la primavera araba è appena cominciata”. E’ questo il titolo di un reportage firmato da Luca Attanasio e pubblicato qualche settimana fa sulla rivista italiana di geopolitica “Limes”, che qui ho il piacere di riproporvi.
SC
Per le donne la primavera araba è appena cominciata
di Luca Attanasio

Grazie a movimenti femmili (laici e non) e a una seria partecipazione alla vita politica, la condizione della donna in Egitto, Libia e Tunisia sta cambiando rapidamente. Forti rivendicazioni, timide conquiste e pregiudizi radicati. Sintesi di un processo in corso.

 

Nelle tante sollevazioni civili succedutesi in Nord Africa e Medio Oriente nel periodo che va dal novembre 2010 (rivolta di Gdeim Izik, Sahara Occidentale, quella che secondo Noam Chomsky ha dato il via alla cosiddetta “primavera araba”) a tutto il 2011, il ruolo delle donne è stato decisivo oltre ogni aspettativa.

 

Sono scese in strada accanto agli uomini formando un unico movimento trasversale che superava differenze di sesso, status, religione, appartenenze politiche e provenienze geografiche, e che ha impetuosamente conquistato nella nuova agenda politica lo spazio dovuto.

 

Hanno manifestato, soccorso i feriti, raccolto partecipazione – in alcuni casi porta a porta – per la stesura delle liste elettorali, partecipato al processo elettorale come sostenitrici, candidate, elette; hanno chiesto giustizia per i propri figli e figlie, mariti, fratelli e sorelle feriti, uccisi o scomparsi; hanno subìto violenze, arresti ingiustificati e fermi con successivi maltrattamenti; hanno rivendicato maggiori diritti, uguaglianza di genere nel lavoro, nella scuola, nell’economia, nella religione.

 

Tale partecipazione, è facilmente osservabile, non è certo frutto di improvvisazione. In Marocco, a esempio, la riforma del diritto di famiglia ha mosso i primi passi, grazie ai movimenti femminili, fin dagli anni Novanta dello scorso secolo; il femminismo islamico o laico in Egitto o in Tunisia ha radici ben solide e vanta conquiste e movimenti d’opinione vecchi di decenni. È innegabile, però, che la primavera araba abbia concentrato e dato pieno sfogo a quanto da tempo andava formandosi, portando alla ribalta internazionale, tra le tante, la questione femminile dei paesi del Nord Africa.

 

Ma ora? A quasi due anni di distanza, la situazione delle donne dei paesi travolti dalla primavera araba è cambiata? Se sì, il cambiamento è stato in meglio? Cosa pensano le donne dell’avvento al potere di partiti islamisti? Che posto si sono guadagnate nelle loro società storicamente patriarcali?

 

Ne abbiamo parlato con alcune delle voci più rappresentative dei movimenti femminili in Egitto, Tunisia e Libia. Secondo Youad Ben Rejeb, direttrice dell’Università femminista Ilhem Marzouki e membro del direttivo dell’Association tunisienne des femmes démocrates, al grande sforzo garantito dalle donne per liberarsi del regime e dare un corso più democratico alla Tunisia non è corrisposto il dovuto riconoscimento politico, economico e sociale.

 

“Abbiamo giocato un ruolo primario nel preparare il terreno alla rivoluzione e nel condurla in porto, siamo state protagoniste nell’Haute instance pour la réalisation des objectifs de la Révolution (una sorta di costituente, ndr) riuscendo a imporre liste con quote ‘rosa’ al 50% e il principio dell’alternanza (nella composizione delle liste a un candidato uomo segue obbligatoriamente un candidato donna o viceversa, ndr) e abbiamo girato il paese per convincere i cittadini a registrarsi nelle liste elettorali, giungendo allo storico risultato di 3.890.000 tunisini over 18 iscritti (il 45% donne, ndr). Dopo tutto questo lavoro abbiamo avuto solo il 7% di donne capolista, mentre nell’Assemblea nazionale costituente siedono 58 donne, il 26%” (in Italia circa il 20%!, ndr).

 

C’è stata, in ogni caso, una netta inversione di tendenza e cresce, tra le donne, la consapevolezza di poter giocare un ruolo sempre più determinante nella scena politica nazionale. Si spiegano così la continua partecipazione massiccia a forme di protesta contro i tentativi di ‘confessionalizzare’ il nuovo Stato e l’incessante pressione sul governo e l’Assemblea costituente che, proprio in queste settimane, ha portato al ritiro dell’emendamento alla costituzione che puntava a sostituire la parola “uguaglianza” con il termine “complementarietà”.

 

Va peggio alle donne egiziane. Dopo aver partecipato in massa alle dimostrazioni pacifiche che hanno condotto alla caduta di Mubarak, aver conquistato a caro prezzo visibilità e spazi, essere assurte a leader politiche e mediatiche della rivolta, nel periodo della giunta militare (Scaf) sono passate attraverso repressioni, violenze di ogni tipo, test di verginità, volgari e continue derisioni, e registrano oggi arretramenti nei diritti oltre a una presenza molto inferiore a quella di cui godevano sotto il regime in ogni sfera decisionale (anche se, all’epoca, quella presenza era spesso di mera facciata).

 

“Le donne elette – denuncia Bothaina Kamel, unica donna a correre per le presidenziali, arrestata, maltrattata, allontanata dalla conduzione del notiziario della televisione per cui lavorava e minacciata – raggiungono a malapena il 2%; la loro presenza nei gangli decisionali è davvero minima, mentre le uniche tre donne facenti parte della commissione governativa non sono particolarmente rappresentative della società civile femminile”.

 

“La sicurezza nelle strade, le piazze, a partire da Tahrir – dichiara Azza Soliman (Center for Egyptian Women) -, specialmente per le donne, è drasticamente diminuita e uno dei primi effetti di ciò è il fatto che, come suggeriscono gli ultimi indicatori, le ragazze vanno meno a scuola: di conseguenza, i matrimoni in giovane età per le donne sono nuovamente in ascesa”.

 

Preoccupano le impunità dei crimini perpetrati dallo Scaf, le scelte anti-democratiche del governo Morsi – che “ha vinto solo perché moltissima gente non è andata a votare o ha scelto lui perché vedeva in Shafik l’assurda riposizione del vecchio regime” – e proposte di emendamenti alla nuova costituzione in cui si prevede l’uguaglianza tra uomo e donne senza, però, “contraddire i precetti della Legge Islamica”. “Ma il tabù sulle capacità femminili di presenza in politica, economia e vita sociale è infranto – è sicura la Soliman – e da qui in poi non si tornerà più indietro”.

 

La Libia è un caso davvero singolare nel panorama dei paesi travolti dalla primavera araba. Similmente all’Albania post Enver Hoxha, esce da un periodo lunghissimo di dittatura durante la quale ha sperimentato repressione, povertà e chiusura pressoché totale al mondo esterno. Inoltre, in Libia, si è combattuta una lunga e sanguinosissima guerra. “Questo – spiegano due rappresentanti di una ong che richiedono l’anonimato per le continue minacce subite – ha un’immediata, drammatica ricaduta sulla questione femminile”. Sì, perché all’arretratezza sociale ed economica endemica di questo paese che ha relegato la donna a un ruolo di esclusione si aggiunge il fenomeno degli stupri di massa consumati lungo tutto il conflitto (perpetrati, in realtà, anche su uomini e bambini).

 

Nella cultura islamica lo stupro subìto comporta il definitivo isolamento della donna, mentre parlare di violenza sessuale è praticamente impossibile. Il ruolo delle donne libiche che affrontano con grande coraggio, tra i tanti, anche quest’ultimo tema, è cresciuto in maniera esponenziale nell’ultimo anno, e la loro presenza nelle istituzioni, la partecipazione alla politica, l’economia, la società, è senza precedenti.

 

Alle ultime elezioni le donne andate alle urne sono state tra il 40 e il 50% “e in parlamento – racconta Amina Megheirbi, eletta con The National Force Alliance – abbiamo conquistato 33 seggi su 200, il 16,5%. Le ong femminili, poi, sono letteralmente esplose dalla metà del 2011 in poi, andando a riempire gli enormi vuoti di potere”.

 

La presenza delle donne nella sfera pubblica e il loro grado di istruzione sono ovunque, nei vari paesi dell’area, in grande ascesa. Al contempo, però, le donne continuano sostanzialmente a essere marginali nelle sfere economica e politica e quasi completamente assenti dalle posizioni apicali e decisionali.

 

Su questo terreno, come spiega Silvia Costa, europarlamentare del Pd titolare di un rapporto di iniziativa parlamentare su donne e primavera araba che verrà presentato a fine novembre a Bruxelles, l’Unione europea, fresca di Nobel per la Pace, potrebbe giocare un ruolo decisivo: “Le donne dell’altra riva del Mediterraneo sono state protagoniste e continuano a essere attive e impegnate sulla scena pubblica anche per vigilare e, in alcuni casi, contestare tutte quelle norme o misure che tradiscono le loro attese.

 

Pur tra mille difficoltà o, come nel caso dell’Egitto, drastici ridimensionamenti, le donne continuano la loro lotta e dalle testimonianze raccolte si comprende bene come il processo messo in moto sia irreversibile. La cooperazione politica ed economica tra Ue e i paesi dell’area trova nella dimensione della cittadinanza il collegamento ideale tra le istanze delle donne e quelle della democrazia”.

(17/10/2012)
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