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Lavorare per l’Europa – Articolo di Silvia Costa su”SERVIRE”

Parlare di Europa è parlare di un continente di 500 milioni di cittadini che da 70 anni vive in pace e in libertà; ha legami storici, culturali e politici e regole comuni alla base di regimi democratici; e condivide una cittadinanza europea. È anche parlare di una comune appartenenza a uno spazio percorso e costruito nei secoli da intrecci e conflitti, pace e guerra, ma anche scambi culturali e scientifici, comunità artistiche e dialogo filosofico e religioso.

Ma parlare di Europa è anche raccontare una giornata vissuta Strasburgo, sede del Parlamento europeo, nella prima seduta del 2019, l’anno delle elezioni europee, a 40 anni esatti dal primo voto diretto.

Una giornata in cui abbiamo approvato nuove norme sulla tutela della salute dei cittadini e l’accordo commerciale con il Marocco, il nuovo programma pluriennale per la “cittadinanza europea, diritti e valori”, nonché la nuova normativa per il Fondo sociale europeo. E nella stessa seduta, in cui abbiamo celebrato i 20 anni della nascita dell’euro, la moneta unica degli europei, abbiamo preso atto dello stallo registratosi nel Regno Unito sull’accordo che deve regolare la Brexit e le future relazioni fra le due sponde della Manica.

Ma in quella giornata abbiamo anche vissuto due intense emozioni, entrambe legate a eccezionali testimonianze di giovani impegnati per la libertà e la democrazia in Europa. Siamo stati la sera sul luogo dove, un mese prima, accanto ai mercatini di Natale, Antonio Megalizzi e Bartek Orent-Niedzielski, due giovani e promettenti giornalisti di Europhonica (il network delle radio universitarie europee), sono rimasti vittime dell’attentato; per i quali ho proposto e ottenuto di intitolare gli studi radiofonici del Parlamento e una borsa di studio per giovani operatori dell’informazione. E il giorno dopo, nel dibattito serale su come promuovere una comune memoria dei totalitarismi in Europa, ho ricordato un altro giovane di un’epoca diversa e mio coetaneo, Jan Palach, a cinquant’anni esatti dal suo sacrificio in piazza San Venceslao, per protestare contro i carri armati sovietici che avevano represso nel sangue la primavera di Praga.

L’Europa è e dovrebbe sempre più essere tutto questo: una condivisione di valori, diritti e regole comuni, nata per dire “mai più “alla guerra e alle persecuzioni e “sì” alla democrazia e alla pace. Dopo gli orrori della seconda guerra mondiale e della Shoah, l’ideale degli Stati Uniti d’Europa ispirò generazioni di politici visionari e costruttori del progetto di una comunità europea fondata sulla dignità della persona, la democrazia, lo stato di diritto, la progressiva libera circolazione di persone, beni e servizi oltre le barriere culturali e doganali, la realizzazione di un mercato unico sulla base di regole condivise, il diritto universale alla salute, all’istruzione e alla protezione sociale, l’accesso al lavoro e alle professioni come diritto di cittadinanza, in una economia sociale di mercato che non distrugga l’ambiente né alimenti disuguaglianze.

Un cammino faticoso, che nel tempo ha visto l’ampliarsi progressivo della UE ma anche battute d’arresto sulla integrazione politica, dopo quella economica e l’adozione della moneta unica. Cosi su una UE già in sofferenza, dopo la bocciatura dell’adozione di una vera Costituzione per l’Unione, si è abbattuta la crisi economica del 2008, affrontata con ricette solo di austerità e con un ritorno indietro dal principio comunitario alla procedura decisionale intergovernativa, che paralizza spesso le scelte, come e avvenuto per la questione migratoria.

Eppure è evidente la portata transnazionale delle sfide contemporanee: da quella ambientale e climatica, alla questione migratoria, al commercio internazionale, al trattamento fiscale delle multinazionali, al digitale, alla sostenibilità dello sviluppo. Con queste ambizioni e questi limiti però, l’Unione europea c’è, lavora e continua a cambiare la nostra vita.

La sperimentiamo tutti i giorni, liberi di spostarci, studiare, lavorare, navigare in roaming sui nostri smartphone, risiedere dovunque negli Stati membri, sicuri della libertà di espressione, religiosa, politica, della parità di diritti tra uomini e donne, di sicurezze sociali. Il tutto attraversando frontiere dove 100 anni fa sono morti combattendosi milioni di giovani in armi, come ci ricorda drammaticamente e significativamente la stessa città di Strasburgo.

Ma le nuove generazioni non vogliono tornare indietro. Ma oggi è più chiaro che il progetto europeo potrà avere una nuova vita solo se ripartiamo con convinzione da: cultura, istruzione, solidarietà e cittadinanza attiva, cui dare la centralità che meritano nelle politiche europee.

Erasmus ne è un grande esempio: in oltre trent’anni ha visto 9 milioni di giovani europei fare esperienza di mobilità. Per questo vogliamo triplicarne i finanziamenti fino al 2027 e aggiungervi nuove priorità – come una maggiore attenzione agli studenti delle superiori e a chi si trova in condizioni di difficoltà – e nuove azioni come DiscoverEU, l’Interrail gratuito con valenza formativa per i neodiciottenni.

E ci sono anche Garanzia Giovani – il piano europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile – il nuovo Corpo europeo di solidarietà – con le sue opportunità di volontariato in tutta Europa per i giovani dai 18 ai 30 anni – ed Europa Creativa, il programma pluriennale per la cultura, la creatività e l’audiovisivo (di cui sono relatrice in Parlamento europeo), del quale vogliamo raddoppiare il budget.

Per rilanciare il progetto unitario vogliamo un ambizioso Spazio europeo dell’istruzione, aperto anche al dialogo interculturale e interreligioso, a partire dalla conoscenza e valorizzazione dello straordinario comune patrimonio culturale europeo, che abbiamo celebrato nel 2018 con un Anno dedicato.

Per rafforzare e completare il processo di integrazione abbiamo bisogno di una grande alleanza con i giovani, che non sono euroscettici ma euroimpazienti. Perché ci chiedono di dare più contenuti alla comune cittadinanza europea, perché danno vita spontaneamente con creatività a reti europee che reagiscono alla narrativa negativa propugnata oggi con un mix di nazionalismo sovranista e di populismo antieuropeo.

Credo che i giovani mettano in discussione il “come” del progetto europeo, non il “se”. Sono convinta che la strada per rimanere protagonisti passa attraverso la crescita del senso di appartenenza, la pratica attiva della democrazia e della cittadinanza europea, la cooperazione internazionale, la vigilanza esigente.

La strada è lunga, Buona strada!

Silvia Costa

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