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La green economy è la Valle dell’Eden?

th_162Venerdì 23 Aprile alla Camera dei Deputati a Roma, Silvia Costa è intervenuta al convegno sul tema “La Green Economy per un nuovo modello di produzione e consumo”, organizzato dal Dipartimento Pari Opportunità dell’Udc. Quello che segue è il testo dell’intervento pronunciato dall’europarlamentare del Pd.

Premessa

  • Al Consiglio Europeo di marzo scorso sono stati individuati, nell’ambito della strategia “Europa “2020: per una crescita sostenibile e inclusiva”, 5 obiettivi:
  1. portare al 75% il tasso di occupazione delle donne e degli uomini di età compresa tra i 20 e 64 anni:
  2. portare al 3% del PIL i livelli di investimento pubblico e privato
  3. ridurre le emissioni di gas ad effetto serra almeno del 20% rispetto ai livelli del 1990 e portare al 20% la quota delle fonti di energia rinnovabile (obiettivo per l’Italia fissato al 17%)
  4. migliorare i livelli di istruzione, in particolare mirando a ridurre i tassi di dispersione scolastica e aumentando la percentuale delle persone che hanno l’istruzione terziaria o equivalente
  5. promuovere l’inclusione sociale, anche attraverso la riduzione della povertà.
  • Per raggiungere tali obiettivi concordati è stata sottolineata la necessità  di politiche nazionali coerenti, in grado di reagire all’arresto dello sviluppo, invertire il ciclo, favorire una crescita duratura, da mettere a punto e presentare al prossimo Vertice di giugno degli Stati Membri.
  • - Per realizzare un’economia aperta, sostenibile, giusta, le sfide da affrontare (della crisi, del cambiamento climatico, dell’energia pulita, dell’occupazione, dell’inclusione sociale),  appaiono tra loro interconnesse e richiedono stimoli ed iniziative che incoraggino gli investimenti nelle fonti rinnovabili e nelle tecnologie verdi, la creazione di posti di lavoro legati al rispetto dell’ambiente, il risparmio energetico, lo sviluppo della ricerca e dell’innovazione, la qualificazione dell’offerta formativa da estendere, nella logica dell’apprendimento permanente, ad un numero crescente di persone (secondo le ultime indagini ISFOL, un quarto della forza lavoro in Italia non ha nemmeno la scuola dell’obbligo mentre sta aumentando la dispersione e l’insuccesso scolastico).
  • La green economy è considerata in ambito europeo e internazionale come una delle vie principali per rilanciare su basi nuove l’economia sulla base degli obiettivi di Kyoto e della direttiva 20 20 20 che fissa gli obiettivi in campo energetico al 2020 e definisce alcune importanti linee guida:20% di aumnento dell’efficienza energetica,20% di energia prodotta da fonti rinnovabili;20% di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. In testa è al momento la Germania,pioniere dello sviluppo delle fontio alternative,che esporta tecnologie e prodotti a basso impatto ambientale e stimolando la domanda di mertcato verde con interventi statali. Segue la Spagna,attraverso incentivi pubblici, impegnata a costruire il più grande complesso fotovoltaico del mondo.La Francia ha annunciato l’introduzione della carbon tax su petrolio,benzina e carbone da quest’anno.Anche la Cina ,dopo anni di rifiuto,con 221 mld di dollari sarà il primo investitore al mondo in progetti e riconversioni industriali.
  • La sostenibilità ora è per le imporese un fattore di arricchimento.Dal pdv occupazionale la green economy conta 3,4 mln di posti di lavoro supertando i 2,8 mln dell’industria tradizionale.La sfida climatica e ambientale sta spingendo settori del made in Italy tradizionale.
  • I dati indicano che CINA e USA sono la locomotiva della green economy, a livello globale, pur con posizioni e prospettive diverse, ma con la condivisione di un approccio botton-up, che privilegia le misure e le azioni agli obiettivi ,ovvero valuta i risultati sulla basi delle azioni, piuttosto che annunciare obiettivi senza misure.
  • Per tali Paesi, la motivazione principale degli investimenti verdi è solo marginalmente ambientale, essendo dettata dall’esigenza di garantire la sicurezza energetica attraverso la diversificazione delle fonti, dalla certezza del valore strategico delle tecnologie innovative capaci di rispondere alla crescente domanda di energia in modo efficace e pulito, dalla consapevolezza che la green economy è il nuovo fronte delle competitività.
  • Diverso il caso dell’Europa, in cui si sommano due politiche, spesso con effetti contrastanti. Da un lato i Fondi europei, indirizzati per oltre il 60% a supporto delle nuove iniziative (gli investimenti del Fondo di Coesione 2007/2013 ammontano a 105 miliardi di euro) e destinati alla promozione delle tecnologie e dei lavori “verdi”, sono aumentati di quasi tre volte rispetto al 2000/2006. Così come sono ingenti i finanziamenti destinati al sostegno della tecnologia e dei sistemi a basso contenuto di carbonio (50 miliardi di euro per il Pacchetto clima-energia “20.20.20” del 2007, successivamente tradotto nella direttiva 2009/28/CE approvata dal Parlamento Europeo e dal Consiglio il 23 aprile 2009. Tali Fondi rivestono un ruolo strategico per incrementare la ricerca e l’innovazione tecnologica da parte delle imprese).Dall’altro lato, gli Stati Membri, con la parziale eccezione della Francia, stanno affrontando la crisi attuale, prevalentemente con azioni di supporto ai sistemi produttivi esistenti, per contenere la crisi industriale e  la disoccupazione e assicurare la continuità di infrastrutture di un’economia ad alta intensità di lavoro e di emissioni.
  • Paradossalmente la necessità di governare nel breve periodo l’emergenza sociale, rischia di allontanare l’introduzione e la diffusione di soluzioni- finanziate con gli stessi Fondi -che rappresentano una risposta duratura e strutturale. La situazione richiamata infatti limita il potenziale di crescita dell’economia verde europea, che invece potrebbe contare su investimenti e dimensioni molte competitive rispetto a Cina e Usa.

    Le sfide

  • E’ quanto mai importante perciò rafforzare innanzitutto la crescente sensibilità collettiva e degli operatori economici, sociali, culturali, verso modelli di produzione e consumo più attenti alla salvaguardia dell’ambiente, al risparmio energetico, alla salute dei cittadini, sperimentando l’introduzione dello studio di tali temi e questioni, in tutti i percorsi scolastici e formativi ,facendone anche  oggetto di  comunicazione sociale.
  • E’ altresì  essenziale focalizzare le iniziative necessarie a:
    1. superare le difficoltà  che ritardano lo sviluppo delle filiere nazionale della green economy (giuridiche, amministrative di conoscenza di ricerca e indagine …)
    2. fronteggiare le trasformazioni indotte dai processi di riconversione socio-economica, proprie della sostenibilità, e dare risposte alle istanze connesse alle nuove produzioni, e ai nuovi lavori, con ricadute dirette sui modelli organizzative delle imprese e sulle figure professionali, a partire dalla valorizzazione del capitale sociale e umano, mediante la creazione di buona occupazione e lo sviluppo di competenze che garantiscono la crescita di una adeguata forza lavoro, formata e qualificata, in percorsi di istruzione e formazione mirati alle esigenze emergenti.
  • Come è infatti indispensabile difendere, nella crisi, le aree più deboli, evitando nuove e più gravi fratture economiche e sociali, è urgente individuare quali sono i settori interessati, quali le professioni e i lavori coinvolti secondo i bisogni espressi o potenziali, quali sono le caratteristiche delle figure “chiave” e quali competenze richiedono.
  • La programmazione degli interventi di policy da attuare nell’ambito dello sviluppo eco-compatibile,non può prescindere infatti da feconde sinergie tra le politiche energetico-ambientali, le politiche del mercato del lavoro, quelle dell’istruzione, della formazione, della ricerca.
  • Le scelte per rilanciare l’economia incrociano infatti, in larga parte, la green economy, intesa non solo come insieme di settori legati alle fonti rinnovabili, al risparmio energetico, all’edilizia di qualità, al trasporto e alle produzioni di beni e merci a basso impatto ,al riciclo dei rifiuti, al turismo e all’agricoltura di qualità, ma come ambito per scommettere sull’innovazione, sulla ricerca, sul legame tra storia e territorio, sui saperi e sulle abilità tradizionali e artigiane, da recuperare e valorizzare attraverso un’offerta formativa contestualizzata alle nuove esigenze.
  • Uno dei problemi da affrontare in questo ambito è quello della conoscenza meno generica dei vari aspetti interessati.

Mentre gli indicatori economici (risorse e prodotti , costi, consumi …) sono sufficientemente disponibili e disaggregati per comparti, quelli sull’occupazione “verde” sono soggetti ad alto grado di incertezza per mancanza di rilevazioni statistiche, sistematiche e comparabili.

  • Il mercato è per definizione “aperto” perché raccogli le attività di molteplici e differenziati settori, di produzione, di gestione, di manutenzione.

L’occupazione può essere quindi statisticamente “invisibile”, perché  si confonde con figure professionali disperse in comparti affini o che non sono facilmente distinguibili da quelli tradizionali. Ancora più complesso è rilevare la dimensione e le dinamiche di “genere”, per valutare l’uguaglianza delle opportunità tra donne e uomini nell’accesso e  nella permanenza, rispetto alle nuove occupazioni verdi.

  • Lo spostamento dell’economia verso quella che è stata definita la “Valle dell’Eden”, influenza comunque l’occupazione in almeno quattro modi e cioè:
  1. creazione di nuove professionalità;
  2. sostituzione di tradizionali professionalità
  3. scomparsa delle professionalità senza sostituzione;
  4. trasformazione e adattamento delle attuali figure alle nuove qualifiche.

    Si assiste così ad una trasformazione quantitativa, qualitativa e di composizione della domanda di lavoro ,che induce mutamenti nella stessa offerta di lavoro, ancora troppo confusamente previsti, che richiede percorsi di apprendimento specifici, non ancora correttamente configurati.

  • C’è la percezione che la dinamica degli investimenti è destinata ad influire massivamente sule trasformazioni del mercato del lavoro, ma risulta ancora scarsa la consapevolezza delle  implicazioni,  da parte delle stesse organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro e delle istituzioni competenti, anche se non mancano studi nazionali (ISFOL, BICOCCA, IRES CGIL, …) e internazionali(OCDE, CEDEFOP, ILO, COMMISSIONE EUROPEA, WWF, importanti centri di ricerca e università negli USA) sulla materia.
  • Gli obiettivi sociali di una politica che punti sull’economia verde, necessariamente, oltre all’adozione di un modello di crescita (sostenibilità economica) che consenta di minimizzare gli impatti ambientali della produzione di beni e servizi e preservare nel tempo qualità e riproducibilità delle risorse naturali (sostenibilità ambientale) devono infatti riguardare la promozione della migliore qualità dell’occupazione e della formazione (sostenibilità sociale), con riferimento alle figure “consolidate” del lavoro verde e a quelle attualmente emergenti o potenziali.
  • A tale riguardo è necessario procedere con preliminari indagini empiriche per:
  1. effettuare una ricognizione dei profili professionali esistenti, tracciando un quadro di contenuti e valutandone le tendenze evolutive;
  2. identificare le nuove figure professionali emergenti, esplorandone le caratteristiche, capacità e competenze, ruoli, contesti;
  3. rilevare i fabbisogni formativi connessi a tali figure.
  • In tal modo risulta possibile elaborare una “piattaforma” (base conoscitiva) di partenza, funzionale alla qualificazione delle risorse umane, indispensabili per sostenere gli obiettivi di crescita della produzione “verde”.
  • Il framework proposto, implica tre passaggi logici tra loro collegati: identificare i settori dell’industria verde (green industry); identificare le occupazioni connesse (green jobs); collegare le occupazioni ai programmi formativi (green educational programs).
  • Occorre anche definire che cosa si intenda per industria “verde” e per lavoro “verde”, operazione non facile per molti limiti e ambiguità esistenti a tale riguardo. La difficoltà deriva sia dall’attuale mancanza di uno sforzo di sistematizzazione dei vari contributi esistenti nella letteratura scientifica sul tema (numerosi ma frammentari), sia, come si è detto, dall’ancora insufficiente livello di consapevolezza ambientale presente nel mondo del lavoro.
  • Secondo recenti ricerche (IRES-CGIL) i principali punti di incertezza che si incontrano per identificare l”eco lavoro” dipendono dal fatto che la grande maggioranza delle occupazioni create dalla green economy sono in realtà lavori tradizionali (commessi, impiegati, meccanici, camionisti, …), svolti in qualunque altro settore produttivo, mentre vi sono lavoratori che pur non avendo modificato i contenuti del proprio lavoro, svolgono tuttavia quotidianamente nuove mansioni, dovute dai mutamenti, in chiave pro-ambientale delle politiche di impresa, che li rendono a tutti gli effetti, green workers senza sapere di esserlo.
  • Oltre a ciò, c’è la difficoltà di delineare con precisione i confini delle attività  e dei loro effetti, tenuto conto dei processi di decentramento produttivo a livello internazionale, dei fenomeni di globalizzazione dell’economia, che costringono al confronto con realtà economiche e professionali profondamente diverse mentre è necessario tener presenti non solo le variabili interne ma anche quelle esterne. A tale riguardo, un recente Rapporto delle Nazioni Unite,(2009) ha chiarito che non si può parlare di “green jobs” laddove per es. la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici non è rispettata, per salari inadeguati, condizioni di lavoro insicure, diritti non garantiti.
  • Nonostante tale complessità identificatoria, alcune indagini in materia (CEDEFOP) giungono a distinguere alcuni gruppi di figure professionali che si avvantaggiano dell’economia “verde:
  1. un gruppo di professioni che ne beneficiano indirettamente ma che non richiedono l’acquisizione di nuove competenze per gestire il proprio lavoro
  2. un gruppo di figure professionali provenienti dai settori in crisi le quali possono “rivitalizzarsi” dalla crescita delle tecnologie verdi, senza che ciò implichi l’esigenza di una profonda integrazione di competenze (lavoratori del manifatturiero “versatili”)
  3. un gruppo di professioni che lavorano a diretto contatto con le tecnologie “verdi” e che hanno bisogno o di aggiornamento o di una nuova qualificazione. E’ in questo caso che si può parlare a pieno titolo di “occupazioni verdi”.
  • Alcune figure corrispondono a nuove professioni e a nuovi profili non ancora precisamente inquadrate nel sistema di classificazione ufficiale (Repertori); in altri casi si tratta invece di lavoratori tradizionali riqualificati. Lo spazio professionale che intercorre tra questi due poli si caratterizza da una molteplicità di sfumature intermedie.
  • Una importante indagine internazionale (Understanding the green economy in California -2009) identifica tre ipotesi sull’impatto delle nuove tecnologie,con tre diversi scenari.
  1. non si producono mutamenti sostanziali nel lavoro e nei requisiti richiesti (i task non cambiano).I nuovi green skills si configurano come “supplementari”: essi potrebbero aumentare l’occupabilità dei lavoratori tradizionali
  2. si verificano cambiamenti significativi (i task sono diversi) – i nuovi green skills sono “necessari” per il mantenimento del posto nell’occupazione tradizionale :essi diventano un requisito per l’impiego
  3. i nuovi green skills determinano la “transizione” a nuovi lavori, portando ad un’occupazione completamente nuova: le occupazioni verdi emergenti.

    All’interno di questo quadro la formazione gioca un ruolo centrale, assumendo connotati molto diversi, caratterizzandosi ,nei primi due casi, nella riconsiderazione di programmi formativi esistenti, attraverso una modifica dell’offerta corrente e, nell’ultimo, nella pianificazione di interventi non standard che portano all’acquisizione di una nuova professionalità.

    In sintesi , lo sviluppo di processi formativi nel campo dell’economia verde è fondamentale, sia per acquisire nuove professionalità nei vari comparti sia per puntare alla riqualificazione, specializzazione e aggiornamento di quelle già acquisite. A tale fine è necessario un preciso sforzo di coordinamento delle attività scolastico-formative, per favorire lo scambio tra istruzione e mercato del lavoro e tra sistemi formativi e mondo produttivo. E’ importante perciò conoscere il mismatch esistente tra le competenze offerte e quelle richieste, intensificando ricerche e indagini empiriche nella realtà investita dalle riconversioni verdi.

    Uno sguardo all’Italia

  • Specialmente nel nostro paese, formato da versatili e vitali piccole-medie imprese legate al territorio, la prospettiva determinata dagli investimenti “verdi” è quanto mai solida.
  • Il Governo precedente aveva già avviato un percorso di riforma – (basta ricordare la filosofia complessiva del Programma “Industria 2015” che prevedeva, oltre agli obiettivi di crescita, i collegamenti necessari con la nuova formazione tecnica superiore non accademica (ITS) per la creazione di alti profili professionali, necessari a sostenere i processi di sviluppo) – che hanno già prodotto risultati positivi e consistenti nel settore delle fonti rinnovabili, rendendo possibile l’obiettivo di raggiungere quel 17/% assegnato per il 2020 all’Italia.
  • E’  stato detto enfaticamente che la green economy parla italiano. Tuttavia,va ricordato che se da un lato vi sono condizioni favorevoli di fondo per farne un paese d’elezione (appunto la presenza diffusa della piccola impresa, con il suo patrimonio di saperi e di tradizioni artigianali e di qualità, radicata sul territorio di cui sa sfruttare  vocazioni e  capitale sociale), dall’altro sono da affrontare, in questo percorso di riconversioni e innovazioni del sistema produttivo, anche grandi contraddizioni, rappresentate dall’abusivismo edilizio, dal taglio delle risorse per la difesa del suolo, alla diffusione dei crimini ambientali, alle ecomafie, fino a contrastare il pensiero che vede le politiche ambientali come un vincolo, una specie di tassa ulteriore e nel migliore dei casi, un lusso che non ci possiamo permettere in tempo di crisi
  • Il quadro che emerge è pertanto ricco di esperienze ma anche  di criticità  con cui fare i conti Il sistema imprenditoriale italiano ha però  le caratteristiche per misurarsi con queste scommesse e interpretare in modo originale la prospettiva del nuovo sviluppo, in cui la responsabilità sociale delle imprese, la difesa del made in Italy da imitazioni, dal  dumping sociale e ambientale, dall’illegalità, e la continua spinta versa standard ambientali e di sicurezza più elevati, divengono veri e propri fattori competitivi.
  • la green economy può diventare anche un laboratorio sperimentale per affermare le pari opportunità e le politiche di genere.
  • Dati recenti dimostrano che l’occupazione femminile, pur essendo in media lontana dai livelli europei, ha retto meglio di quella maschile alla crisi (anche per i settori in cui è concentrata) ma è quella più esposta alla precarietà e all’abbandono del lavoro ,per cause familiari, con retribuzioni inferiori e collocazione, nella gerarchia aziendale, sia privata che pubblica, a bassi livelli, sebbene più istruita e più formata.
  • Le opportunità  offerte della nuova economia possono essere oggetto di un grande progetto non solo nazionale, per costruire una filiera nei settori innovativi prescelti, non dedicata alle donne ma costruita tenendo conto delle caratteristiche e delle esigenze delle donne, che dalla scuola, dall’università, dalla formazione mirata, porti al lavoro   e alla possibilità di una giusta retribuzione e carriera, in imprese incentivate a riorganizzarsi in modo flessibile, superando la rigidità degli orari e delle posizioni, e in cui si lavori (maschi e femmine) responsabilmente per obiettivi e per risultati, indipendentemente dalla presenza e dai tempi prefissati.
  • E’ questa una scommessa che si nutre di valori, di professionalità, di abilità, di saperi, di coesione sociale, di sinergie tra istanze diverse e che vede nella “crescita verde” una formidabile occasione per cambiare il modo di lavorare, oltre che di produrre, per colmare ritardi, ristabilire opportunità e condizioni paritarie e inclusive, favorire la quantità e la qualità dell’occupazione.

    Potrebbe essere la buona prassi da condividere, nel partenariato sociale e istituzionale, su cui indirizzare sforzi ed energie, per accompagnare un processo che corre veloce e che richiede riforme negli ambiti incrociati, non più procrastinabili.

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