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Immigrazione, ora ognuno faccia la sua parte

martin_schulzDopo la tragedia di Lampedusa, il Consiglio europeo accelera sull’europeizzazione delle politiche migratorie

 

Le bellissime parole con cui il presidente Schulz è intervenuto ieri alla riunione del Consiglio europeo, rovesciandone l’agenda e affrontando significativamente per primo il tema dei migranti – collocato per ultimo nell’ordine del giorno previsto – hanno interpretato efficacemente la posizione del parlamento europeo espressa nella risoluzione sui flussi migratori approvata mercoledì scorso ed esito di un lavoro serrato cui con i colleghi del Pd e del gruppo S&D abbiamo dato un contributo determinante.

Allo stesso tempo, il discorso di Martin Schulz ha sostenuto il forte impegno del governo italiano e dei paesi di primo approdo a ottenere qualcosa di più di quanto si temeva alla vigilia del Consiglio.

Come parlamentare europea italiana mi sono sentita fortemente rappresentata dalla passione, solidarietà e autorevolezza con cui il presidente Schulz ha chiesto ai governi nazionali più coraggio e determinazione nelle loro decisioni finali e da come il presidente del consiglio Letta ha preteso e ottenuto che l’immigrazione diventasse responsabilità condivisa in Europa.

Finalmente la parola solidarietà e corresponsabilità sono state rimesse con forza, grazie al parlamento europeo, al centro della politica sull’immigrazione europea finora inadeguata e reticente per l’opposizione della maggioranza degli stati membri, a guida conservatrice o euroscettica.

Solo alcune delle richieste avanzate dal parlamento europeo sono state fatte proprie dal Consiglio, ma è importante che il nostro governo con l’intelligente alleanza stretta con altri governi abbia ottenuto che il prossimo giugno sia affrontato il tema della legislazione sull’asilo.

Sui contenuti della risoluzione vorrei fare maggiore chiarezza, sia in merito agli impegni che abbiamo chiesto alla Ue ma anche per il più forte dovere che ora c’è in Italia di adeguare la nostra legislazione e le politiche di integrazione e di tutela dei rifugiati. Essa imprime di fatto un cambio di passo e una accelerazione per una europeizzazione delle politiche migratorie, dopo la “tragedia europea” di Lampedusa e, pur non prevedendo – come alcune agenzie e media italiani hanno scritto – riferimenti diretti alla legge Bossi-Fini, costituisce una importante e ineludibile premessa (anche grazie agli emendamenti S&D e dei Verdi) per metterla in discussione insieme ai provvedimenti dell’allora ministro Maroni.

Innanzitutto sul “reato di clandestinità” ma anche sulla confusione tra irregolari e clandestini, sulla zona grigia dei reati di favoreggiamento, sulle modalità e tempi del trattenimento nei Cie, sulla riduzione drastica della protezione umanitaria alle vittime di tratta e di traffico degli esseri umani, sulla sostanziale maggiore difficoltà creata per poter venire e vivere legalmente nel nostro paese.

Partiamo dalle richieste del parlamento all’Unione e agli stati membri.

Innanzitutto si afferma con forza che gli eventi di Lampedusa devono rappresentare un punto di svolta per l’Europa e che per evitare un’altra tragedia si deve adottare «un approccio coordinato basato sulla solidarietà e sulla responsabilità e sostenuto da strumenti comuni». Ovvero quello che abbiamo chiesto noi italiani insieme a Malta e ad altri paesi di primo approdo.

Si riconoscono gli «enormi sforzi profusi dagli abitanti» italiani e maltesi, in particolare di Lampedusa ma anche delle ong come la Caritas e Croce Rossa, per l’accoglienza iniziale e il soccorso.

Dal punto di vista operativo si chiede un rafforzamento, un più sostanzioso finanziamento e collaborazione tra Frontex, Eurosur e Easo, gli strumenti per la cooperazione operativa alle frontiere europee, di scambio di informazioni, di assistenza ai richiedenti asilo.

Si apprezza l’iniziativa Mare nostrum avviata dall’Italia e la task force messa di monitoraggio da Cipro alla Spagna messa in campo dalla commissaria Malmström.

Sotto il profilo delle normative, significativa è la richiesta di una sospensione di Dublino II per far sì che le pratiche per la concessione del diritto di asilo non siano affidate solo agli stessi paesi di primo arrivo, ma che possano essere espletate nei paesi di destinazione finale, anche in base alla previsione contenuta nella direttiva del 2011 (recepita in queste settimane anche dall’Italia) che consente di rilasciare permessi di protezione ai richiedenti asilo con i quali essi possono circolare in Ue. Grazie ad un emendamento del gruppo S&D questa solidarietà deve essere garantita ai migranti dagli stati membri dove essi hanno già familiari e amici.

Abbiamo chiesto che ci sia solidarietà comune per i paesi dove avviene lo sbarco di persone soccorse in mare e che siano adeguatamente tutelati coloro che chiedono asilo e che tutti gli stati membri rispettino gli obblighi internazionali di soccorrere vite umane in mare.

Per quanto attiene alla richiesta avanzata all’Unione e agli stati membri di rivedere o modificare le normative che infliggono sanzioni a chi presta assistenza ai migranti in pericolo in mare e a rivedere la direttiva 2002/90 che definisce le sanzioni in caso di favoreggiamento dell’ingresso, transito e soggiorno illegali, per distinguere la assistenza umanitaria ai migranti in pericolo di vita in mare, è vero che l’Italia non ha oggi ha una legislazione in contrasto, ma solo per la modifica della Bossi-Fini intervenuta l’anno scorso.

Laddove poi si invitano gli stati membri a facilitare gli ingressi regolari e la legislazione sul lavoro degli immigrati, non si può non ricordare che la Bossi-Fini ha reso più difficile gli arrivi regolari, anche cancellando alcune tipologie di permessi (come le “sponsorizzazioni”), ha confuso chi diventa irregolare perché perde il lavoro o per le restrizioni ai permessi di soggiorno e allungamenti dei tempi per ottenere la carta di soggiorno o la enorme discrezionalità sulla concessione della cittadinanza con lo status di “clandestino”. Senza contare la zona grigia che tale reato comporta tra fattispecie di favoreggiamento del reati di clandestinità e la assistenza umanitaria o sociale verso gli immigrati nel nostro paese.

Un esempio è rappresentato dalle donne sottoposte alla tratta e allo sfruttamento sessuale. Con la concreta applicazione della legge Bossi-Fini si sono drasticamente ridotte le concessioni dei permessi di soggiorno temporaneo umanitario e quindi le pratiche di tutela, assistenza e reintegrazione sociale e lavorative di queste persone vittime di traffico.

Infatti ormai prevale la consuetudine di trasferire anche loro nei Cie, i Centri di identificazione ed espulsione, che hanno cambiato anche il nome dei Cpt (Centri di permanenza temporanea) previsti nella legge Turco-Napolitano del ’98. Una modifica non solo semantica: infatti i Cie sono sempre di più un luogo di detenzione più che di trattenimento, e il tempo massimo e passato, negli anni (grazie anche alla circolare Maroni del 2009) da 30 giorni a 18 mesi.

Recentemente un convegno promosso dalla campagna LasciateCIEntrare tenutosi a Bruxelles, cui ho partecipato insieme al ministro Kyenge, ha denunciato questa realtà italiana che non ha uguali in Europa per le condizioni inaccettabili di vita, la mancanza di informazioni e di comunicazione per i trattenuti e la totale assenza di attività e di formazione.

A mio giudizio, la risoluzione del parlamento europeo indica la strada di un urgente superamento della situazione, (esplicitato anche nel paragrafo 28) che invita gli stati membri a rispettare il principio di non respingimento, in conformità con il diritto internazionale e dell’Ue nonché a «porre immediatamente fine a eventuali pratiche di detenzione inappropriata e prolungata in violazione del diritto internazionale ed europeo» e segnala che i provvedimenti di «detenzione amministrativa» nei confronti dei migranti devono sempre costituire «oggetto di decisione amministrativa» nonché essere «debitamente giustificati e temporanei».

Silvia Costa

europarlamentare PD/S&D

Questo articolo è stato pubblicato il 26 ottobre 2013 sul quotidiano “Europa”

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