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Il mio intervento in plenaria a Strasburgo in occasione del dibattito “Comprehensive European education, research and remembrance of the totalitarian past “

Grazie Presidente,

La dimensione educativa del progetto europeo e la creazione di un´Area europea dell´istruzione non si potranno sviluppare se non fondate su una solida conoscenza e coscienza della storia europea.

E´ di centrale importanza in questo la messa in comune (superando le difficoltà sempre incontrate nel passato) di una metodologia che possa costituire la base per un´educazione civica europea e una cultura della memoria.

Come sottolineato nella Risoluzione del Parlamento europeo su coscienza europea e totalitarismo (2009), l’Europa non sarà unita fino a quando non sarà in grado di creare una visione comune della propria storia; fino a quando non riconoscerà il nazismo, lo stalinismo e i regimi fascisti e comunisti come retaggio comune e non avvierà un dibattito onesto e approfondito sui crimini da essi perpetrati nel secolo scorso.

Per questo, nella risoluzione – ormai dieci anni fa – invitammo la Commissione e gli Stati membri a impegnarsi ulteriormente per rafforzare l’insegnamento della storia europea ed evidenziare la conquista storica dell’integrazione europea. Un appello che è oggi necessario rinnovare, come dimostra la necessità di avere oggi un topical debate su questo punto.

L’idea di Europa nasce dal mai più, dall’utopia di una messa in comune di risorse produttive, da un comune progetto politico e istituzionale, ma è anche una storia di riscatto dalla sopraffazione, dal potere senza limiti, dalla condizione di sudditi nonché che dalla dolorosa lezione appresa lungo la sua storia nei regimi dispotici intolleranti e liberticidi.

L´istruzione deve restituire ad ogni generazione la ragione storica e sociale delle acquisizioni filosofiche, politiche e costituzionali che sono alla base dei singoli stati democratici e della comune Costituzione europea (Trattati e Carta dei diritti fondamentali).

La storia anche recente ha dimostrato che non basta essere colti o avere competenze professionali se queste non sono accompagnate da un´educazione valoriale e civica e da competenze di cittadinanza che abilitino il pensiero critico e diano fondamento, senso di orientamento e quindi autonomia di discernimento e di coscienza.

Le stragi, i campi di concentramento, i gulag, lo sterminio etnico o religioso, sono stati frutto di menti acculturate – o comunque dotate di strumenti conoscitivi -, ma prive della bussola di valori da rispettare e di limiti invalicabili.

Oggi, la sfida tecnologica e della Rete può essere un potente strumento di libertà, democrazia del sapere e accesso all´acquisizione di competenze; ma se non accompagnata da elaborazione, consapevolezza dei diritti e doveri, pensiero critico e senso del limite, essa può diventare una nuova dittatura e un totalitarismo del pensiero e dei comportamenti.

Gli stessi fondamentalismi possono trovare nella Rete e nella sua fruizione acritica un enorme alleato distruttivo del tessuto sociale, della empatia, della tolleranza e della convivenza pacifica.

Per questo, oggi è ancora più urgente condividere nell’ambito della storiografia un approccio multidisciplinare e un metodo del confronto che porti a presentare la ricchezza della comune storia europea come contributo anche nei programmi scolastici, un nucleo di approcci condivisi che costituisca un bagaglio comune di fronte a revisionismi, negazionismi, e ritorni indietro.

Ad oggi, invece, i programmi scolastici variano ancora molto fra i diversi Stati membri dell´Unione. Ne è un esempio la Repubblica Ceca, che ha impiegato molti anni prima di inserire la Shoah nei curricula scolastici, mentre le sue autorità oggi sembrano dimenticare anche la Primavera di Praga e si mostrano fredde verso le celebrazioni in onore a Jan Palach a cinquant’anni dal suo martirio (vedi articolo Paolo Mieli).

Bisogna seguire invece gli esempi virtuosi nella costruzione di una narrativa comune anche fra i banchi di scuola. Mi viene in mente il progetto avviato in Germania per la creazione con Polonia e Francia di libri di testo comuni che trattino la storia fortemente interconnessa di questi Paesi con un approccio transnazionale.

Un altro esempio positivo è la Piattaforma della memoria e della coscienza europea, nata nel 2011 dall’alleanza di istituiti di ricerca europei, che svolge ricerche, pubblica studi e organizza incontri, conferenze, campagne di sensibilizzazione e mostre itineranti sul tema dei totalitarismi in Europa.

Un approccio che dovremmo vedere prioritariamente riflesso – ma purtroppo sappiamo che non sempre è così – nell´attività divulgativa della Casa della storia europea, che pure ha non poche lacune nella presentazione dei totalitarismi europei (vedi rapporto della Piattaforma della memoria e della coscienza europea allegato).

In questo ambito deve trovare uno spazio, nella riflessione storica anche il contributo che le religioni hanno dato alla storia europea (anche questo scarsamente riflesso nella Casa della storia), sfuggendo al duplice rischio di una rimozione o di una omologazione. Segnalo il portale recentemente presentato da Reires, una piattaforma (finanziata da Horizon 2020) formata da istituti di ricerca storica di 12 Paesi che sta costruendo un’infrastruttura di ricerca dedicata agli studi del ruolo delle religioni nella storia.

Reires vuole portare in Europa una maggiore conoscenza della pluralità religiosa che ci caratterizza, contribuendo così al contrasto degli oscurantismi e alla creazione di una società stabile e coesa.

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