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“E’ necessario continuare a vigilare perché
non cada di nuovo il buio su Sakineh”

sakineh romaLa sospensione dell’esecuzione della condanna a morte per lapidazione di Sakineh ha fatto tirare un sospiro di sollievo a tutti coloro che, nel mondo, da settimane seguivano con apprensione la tragica vicenda di questa donna iraniana.

Non certo l’unica e – temiamo – non certo l’ultima. Ma fortemente evocativa di una realtà che coinvolge in Iran e in altri Paesi centinaia di uomini e donne, condannati a morte con processi sommari, vittime di torture ed intimidazioni, giustiziati nonostante gli appelli umanitari, la pressione delle organizzazioni internazionali e a dispetto della risoluzione Onu per la moratoria sulla pena di morte.
Un caso, quello di Sakineh, che però conteneva alcuni aspetti peculiari: l’appello lanciato via internet dal figlio Sajjad, che giorno per giorno ci ha raccontato la pena di una madre detenuta da tre anni e tuttora sottoposta a torture e vessazioni fisiche e psicologiche, oltre a quella, tremenda, delle “false” preparazioni a una imminente esecuzione.
La ribalta data alla tribale uccisione per lapidazione ci ha rinviato all’immagine evangelica dell’adultera e a quel “chi è senza peccato scagli la prima pietra”, che ha segnato uno spartiacque morale nella storia umana e che forse ci illudevamo avesse estirpato per sempre dai cuori e dalle norme degli uomini la possibilità di ripetere quel gesto violento e disumano “in nome della legge”.
Il velo è stato squarciato e la “Rete” ci ha consegnato la grottesca contemporaneità della barbarie a poche migliaia di chilometri dall’Europa. E i particolari, nonché il loro significato culturale e simbolico, sono riemersi con il loro ulteriore carico di dolore perché anche nella lapidazione c’è una discriminazione verso le donne. Vengono, infatti, sepolte fino al collo – mentre agli uomini si lasciano fuori le spalle – perché le pietre non manchino l’obiettivo.
E la “coralità” del gesto della lapidazione evoca che la condanna e la pena sono inflitte da tutta la comunità e che la responsabilità della morte è di ciascun partecipante. Un rito collettivo che ha anche il tragico valore della riaffermazione di un giudizio condiviso.
Sappiamo che altre donne e altri uomini sono in attesa nei lugubri bracci della morte delle carceri iraniane, come di altri, troppi, Stati, che non hanno firmato la moratoria Onu. La ripresa forte di un’opinione pubblica internazionale contro la pena di morte, e non solo contro questa condanna a morte, non va fatta cadere. Dobbiamo riproporla con forza in Europa, in sede Onu, anche attraverso l’azione persuasiva verso i Parlamenti di questi Paesi. Dobbiamo anche sostenere il dialogo tra le religioni, dopo le parole importanti del Papa, perché la loro voce si levi chiara contro la pena di morte.
E’ necessario continuare a vigilare perché non cada di nuovo il buio, come abbiamo detto nella nostra fiaccolata a Strasburgo – sul caso di Sakineh e di tante altre. Nel comunicare il rinvio della decisione di procedere alla esecuzione di Sakineh, il Governo iraniano ha annunciato che ora esaminerà l’altra condanna, quella per la presunta collaborazione all’uccisione del marito. Può essere un modo per sviare l’attenzione dei media e dell’opinione internazionale per giungere, nel buio e nel silenzio, alla stessa condanna.
Mi auguro che la Delegazione bilaterale del parlamento europeo per i rapporti con l’Iran, che ha deciso di andare a Teheran nei prossimi giorni, ottenga da parte del Governo iraniano l’autorizzazione per una visita ufficiale. Sappiano i nostri colleghi di dover interpretare una importante risoluzione unitaria del Parlamento europeo, ma soprattutto una nuova fase della battaglia internazionale contro la pena di morte.
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