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Dure critiche dal quotidiano L’Avvenire: “Famiglia, aborto, diritti: Strasburgo deraglia”

Il Parlamento europeo è stato teatro, martedì, di un duro attacco all’istituzione del matrimonio come unione naturale tra un uomo e una donna e alla vita nascente. Con 361 voti a favore, 268 contrari e 70 astenuti, è stata infatti approvata una risoluzione, presentata dalla radicale olandese Sophie in’t Veld del gruppo dei liberaldemocratici (Alde), che, fin dai “considerando” del preambolo, si manifesta chiaramente come un colpo ben assestato ai principi non negoziabili. Alle lettere R e T del testo si legge infatti rispettivamente che «la salute e i diritti sessuali e riproduttivi delle donne sono diritti umani e devono essere garantiti a tutte le donne» e che «le famiglie nell’Ue sono diverse» e comprendono anche «genitori dello stesso sesso». Espressioni che, neppure troppo velatamente, intendono promuovere aborto e unioni omosessuali.

Pur incentrato sul tema della «Parità tra donne e uomini nell’Unione europea» – questo il titolo della risoluzione – il testo è un «campionario particolarmente esteso del radicalismo assai diffuso in sede europea», commenta Mario Mauro, presidente dei deputati del Popolo della Libertà (Ppe) al Parlamento europeo. Per Mauro, a Strasburgo dal 1999, non è niente di inatteso: «Mi stupisco che ci si stupisca – chiosa–. Da quando siedo in questo Parlamento si susseguono tentativi del genere». Ogni occasione è buona, ma lo strumento appare alquanto spuntato: «Il Parlamento europeo – ricorda Rocco Buttiglione (Udc) – non ha titolarità per legiferare sul diritto di famiglia, che è una delle varie materie di competenza dei singoli Stati dell’Unione. Gli ammonimenti del Parlamento europeo in questa materia valgono quanto ciascuno di noi ritiene che debbano valere. Nel caso degli italiani, sul diritto di famiglia valgono molto poco».

Vale la pena allora concentrarsi sull’euro-strategia culturale e politica, ormai collaudata: pressioni abortiste e pro-gay sotto le mentite spoglie dei diritti umani. Indubbiamente, secondo Mauro, questa risoluzione è «particolarmente violenta e ideologica», soprattutto in quel passaggio del paragrafo 7 dove si rimproverano gli Stati membri che adottano «definizioni restrittive di famiglia con lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli». Un testo che il Ppe ha bocciato quasi in blocco: «Su questi temi non sempre c’è unità di vedute, ma questa volta il Ppe si è mostrato molto compatto, tanto poco condivisibile era la formulazione della risoluzione».

Un altro argomento interessante, fermo restando il fatto che «la risoluzione non ha alcuna implicazione legislativa per gli Stati che non intendono legalizzare i matrimoni omosessuali», è quello affrontato nel paragrafo 5, dove traspare l’intenzione di armonizzare le leggi europee in materia. In tale articolo si invita infatti a «elaborare proposte per il riconoscimento reciproco delle unioni civili e delle famiglie omosessuali a livello europeo tra i Paesi in cui già vige una legislazione in materia», con quello che sembra l’intento di creare un blocco di opinione capace di esercitare pressione su tutti gli Stati che non riconoscono le unioni omosessuali.

Sui paragrafi suddetti, il Ppe aveva presentato due emendamenti: con il primo – bocciato con 236 favorevoli, 418 contrari e 28 astenuti – si chiedeva la cancellazione dell’intero paragrafo 5; con il secondo, respinto con un margine minore (322 favorevoli, 342 contrari, 22 astenuti), veniva invece proposta una modifica del paragrafo 7 con l’eliminazione dei riferimenti alle «definizioni restrittive di famiglia» e alla «tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli».

Ma, come detto, l’attacco frontale che si delinea con la risoluzione riguarda anche temi quali aborto, contraccezione e pianificazione familiare. Al paragrafo 47 si esprime preoccupazione «per i recenti tagli alla pianificazione familiare e all’educazione sessuale così come per le restrizioni all’accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva in alcuni Stati membri, con particolare riferimento alla tutela della gravidanza e della maternità nonché all’aborto sicuro e legale», e si sottolinea che «ogni donna deve avere il controllo sui propri diritti sessuali e riproduttivi anche beneficiando dell’accesso a metodi contraccettivi di alta qualità e a prezzi accessibili». Il paragrafo 56 è musica per le orecchie dei sostenitori di politiche antinataliste: partendo dalla constatazione che «quest’anno la popolazione mondiale ha raggiunto i 7 miliardi», chi ha votato a favore della risoluzione ha espresso la convinzione che «la pianificazione familiare debba avere una posizione prioritaria nell’agenda politica».

Del gruppo Ppe, tra gli altri, ha votato contro la risoluzione anche Lara Comi (Pdl). Secondo la giovane europarlamentare, la famiglia si fonda sul «legame naturale che è costituito dall’unione di un uomo e una donna» e non si può pensare che qualsiasi orientamento sessuale possa essere alla base di un’istituzione familiare. Di «forzatura» parla anche Patrizia Toia, esponente del Pd e vicepresidente del Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici (S&D). Sulla stessa lunghezza d’onda anche Silvia Costa, collega di partito. Toia e Costa hanno votato a favore degli emendamenti proposti dal Ppe e non hanno sostenuto la risoluzione in sede di votazione finale, distinguendosi dalla maggioranza del gruppo S&D.

 

Articolo tratto dal quotidiano “L’Avvenire” del 15 marzo 2012

 

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