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“Donne in Tunisia, processo di transizione della condizione femminile emblematico dei cambiamenti portati dalla Primavera araba”

Silvia Costa, relatrice del prossimo rapporto sulla condizione femminile in Egitto, Tunisia, Libia e Marocco, commenta così la discussione tenuta ieri in Commissione FEMM sugli esiti della visita della delegazione del Parlamento Europeo a Tunisi  guidata dal presidente Gustafsson, cui ha partecipato insieme ai colleghi del PPE e dei Verdi: “La visita ha comportato elementi di speranza e di preoccupazione per la condizione della democrazia e delle donne in  Tunisia. Abbiamo infatti visitato il paese in un momento cruciale, durante la discussione nell’assemblea costituente  nazionale del progetto di Costituzione. Se da un lato abbiamo registrato l’alto livello di consapevolezza e qualità intellettuale e politica delle donne parlamentari incontrate (60 in totale, che rappresentano il 27% dell’Assemblea), anche se con diverse culture e punti di vista politici, nonchè la volontà di mantenere aperto il dialogo anche sui punti più controversi, va però segnalato il messaggio di preoccupazione, registrato da più parti, rispetto alla possibilità di un salto all’indietro sulla condizione femminile”.

 

“Particolare apprensione suscita la rimessa in discussione, sul piano del diritto, dell’importante mediazione trovata sull’articolo 1 della Costituzione in cui si definisce lo Stato tunisino indipendente, libero e sovrano e si riconosce la religione islamica come quella praticata dalla maggioranza del popolo, ma non come religione di Stato, mentre proprio negli ultimi giorni il partito di maggioranza ENNAHDA (vicino ai fondamentalisti salafiti) ha riproposto nel preambolo che la Shari’a alla base della legislazione nazionale”.

 

“Un altro punto su cui il dibattito resta aperto riguarda la costituzionalizzazione dei diritti universali e quindi di quelli delle donne, nonchè dell’uguaglianza e non complementarietà di tali diritti (battaglia vinta, ma sussiste la complementarietà nell’ambito dell’articolo sulla famiglia).
E’ inoltre oggetto di una forte opposizione da parte delle associazioni delle donne democratiche e delle parlamentari dell opposizione (ma anche delle costituenti  dei due partiti laici e di centrosinistra della coalizione di governo, Ekkatakol e partito repubblicano) la proposta di ENNAHDA di inserire nel preambolo la previsione che le convenzioni internazionali debbano essere valutate alla luce della loro coerenza con la legislazione tunisina”.

 

“Altri timori ci sono stati riportati dalle donne delle ONG, delle associazioni dell’imprenditoria e dei sindacati per le quotidiane e crescenti forme di intimidazione, violenza, e ‘lavaggio del cervello’ su bambine e bambini e la preoccupante ripresa delle predicazioni fondamentaliste concentrate sul ruolo delle donne in molte moschee”.

 

“Qualcuno ha parlato di un rischio di “afghanizzazione” della Tunisia e ha ricordato che il Paese, che è a un’ora di volo da Roma e molto più lontano dall’Arabia Saudita, e guarda più all’Europa che a modelli teocratici, anche se le donne tunisine sono per le maggioranza musulmane e intendono consevare la loro identità”.

 

“La situazione della Tunisia è particolarmente emblematica per la valutazione che farò nel mio rapporto – che riguarderà anche Egitto, Marocco e Libia – per giudicare se la Primavera araba, la cui prima scintilla è scoccata proprio in questo paese nel gennaio 2010, sarà davvero una primavera di democrazia o non preluda ad un salto indietro per un paese che pur durante il quarantennale regime di Ben Ali è stato in grado di attribuire alle donne diritti più avanzati del resto dei paesi arabi”.

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