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Donne europee e africane insieme dopo la Primavera araba

Ecco l’intervento dell’europarlamentare Silvia Costa (S&D), relatrice del rapporto “La situazione delle donne nell’Africa del Nord” nel corso dell’audizione pubblica tenutasi a Bruxelles il 4 giugno 2012.


Care amiche, come donna prima ancora che come relatore, sono davvero felice di introdurre questo incontro che nasce prima di tutto dalla nostra solidarietà umana e politica alle donne che in Tunisia, Egitto, Libia, Marocco e sono state protagoniste e attive, con diverse modalità, nei grandi movimenti popolari che hanno dato vita alla cosiddetta Primavera araba, e che oggi guardano con speranza ma anche con preoccupazione agli sviluppi politici e sociali in atto nei vostri Paesi.

Non possiamo tacere oggi della grave situazione in Siria che deve vedere una più forte denuncia e azione da tutti noi perché la comunità internazionale non può assistere passivamente a massacri come l’ultimo di Houla che ha coinvolto donne e bambini.

Invitando voi, abbiamo scelto di dare voce a donne esperte e rappresentanti di istituzioni, di ONG e di media  di Egitto, Tunisia, Marocco e Libia per avere un proficuo dialogo e confronto sulla condizione attuale delle donne nei vostri Paesi, in una fase promettente e aperta al cambiamento ma anche particolarmente delicata e difficile.

L’Unione europea, anche per impulso del Parlamento, ha assunto l’impegno a rafforzare il partenariato euromediterraneo, a investire sulle vostre giovani democrazie, a tener presente nei programmi di cooperazione il ruolo e i diritti umani e della società civile, a rafforzare i processi democratici e  di sviluppo.

Ma sappiamo che senza l’attiva partecipazione delle donne, il loro coinvolgimento nella costruzione dal basso delle istituzioni rappresentative e di governo, il riconoscimento del loro ruolo e dei loro diritti come parte integrante e inalienabile dei diritti umani, non ci sarà né una democrazia né uno sviluppo effettivo e durevole.

E’ importante a questo proposito che la nuova politica di vicinato, presentata dalla CE nel luglio 2011, stia definendo un nuovo approccio sulla base di quattro principi fondamentali : 1 ) “more for more”, ovvero più sostegni ai Paesi che otterranno migliori  risultati nella transizione alla democrazia; 2 ) responsabilità reciproca della UE e dei suoi partner; 3 ) necessità di coinvolgere non solo il livello istituzionale, ma soprattutto quello civile, stringendo partenariati con le ONG e altre organizzazioni della società civile; 4 ) il riconoscimento esplicito del ruolo speciale delle donne in ambito sociale e politico.

Anche nella prima Comunicazione congiunta dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza e della Commissione europea anticipava l’importanza del ruolo delle donne nelle policy di vicinato in generale e in particolare in quelle del Mediterraneo meridionale.

Il rappresentante speciale nominato per questa regione ha già costituito una serie di task force bilaterali, di cui la prima in Tunisia e la prossima in Egitto, finalizzate alla stipula di accordi che mettano a disposizione dei vari paesi le risorse professionali, finanziarie e politiche della UE.

E’ quindi indispensabile capire come e dove le donne europee e nordafricane saranno coinvolte e rappresentate in questa nuova fase politica euromediterranea, aperta dalla caduta di regimi dittatoriali o comunque inamovibili.

In questo quadro, anche in cooperazione con il Consiglio d’Europa, si stanno approvando specifici protocolli bilaterali di partecipazione, tra cui quello con il Marocco approvato la settimana scorsa a Strasburgo, mentre è stata adottata la proposta legislativa per il prossimo strumento di vicinato, che si chiamerà European Neighborhood Instrument, con un budget aumentato del 22% , l’aumento del massimale dei prestiti della BEI a 1  miliardo di euro e programmi finanziari con meccanismi che consentano di intervenire rapidamente a sostegno della transizione democratica e delle riforme istituzionali. Segnalo anche un  ulteriore strumento di 50 milioni per il 2011 e il 2012 a favore delle organizzazioni della  società civile.

E’ in questo orizzonte che vogliamo aprire una nuova stagione della cooperazione politica e istituzionale tra le donne di qua e di là dal Mediterraneo, come si afferma nella opinione presentata dalla collega Bozkurt e  approvata la scorsa settimana in Comm Femm.

Abbiamo molto rispetto e considerazione dell’autonomia delle scelte istituzionali e politiche che i vostri Paesi stanno facendo, nonché del pluralismo religioso e culturale che esprimete, anche se riteniamo utile un dialogo e un confronto (reciproco) perché si affermi una dimensione universale dei diritti della persona umana, uomo e donna, della sua dignità, della sua libertà e della uguaglianza dei diritti.  So per esperienza personale che è non solo possibile ma assolutamente coerente conciliare la fede religiosa con il riconoscimento dei diritti di uomini e donne, come fratelli perchè figli di un unico Padre. Per questo desidero che il mio rapporto sia un utile contributo a migliorare le basi della reciproca comprensione e collaborazione, oltre  pregiudizi e stereotipi.

Come relatrice per la COMM FEMM del PE mi interessa ascoltare le vostre analisi e le vostre  proposte per comprendere meglio la situazione delle donne nei diversi contesti e per indirizzare in modo efficace l’azione politica del Parlamento europeo e della UE, ma anche sollecitare i vostri Stati nell’ambito del partenariato euromediterraneo e delle politiche di vicinato, nonchè nell’ambito dell’attività delle delegazioni interparlamentari bilaterali, dove è importante che siano presenti le donne.

Ci interessa capire meglio se negli attuali processi democratici che si sono aperti le donne siano davvero rappresentate e i loro diritti promossi, pur nelle grandi differenze tra un Paese e l’altro, ma anche tra le diverse regioni interne e le realtà urbane e rurali.

Sappiamo infatti che nel complesso il 2011e i primi mesi di quest’anno hanno segnato alcune importanti tappe:

1 ) penso alla grande partecipazione delle donne alle prime elezioni libere e democratiche, anche se con percentuali di elette spesso inferiori al passato: dal 27% della Tunisia, con tre ministre, al 15% del Marocco (grazie alle quote) con un ministro donna, al  2% dell’Egitto e due donne al Governo, anche per la loro esclusione nella transizione politica, nonostante che proprio una giovane donna egiziana, la  blogger Asmaa Mahfouz, avesse lanciato l’invito a manifestare in piazza Tahir nel gennaio 2011, e per questo premiata dal PE con il premio Sacharov insieme ad altri quattro protagonisti della Primavera araba. Penso al  7,7% delle parlamentari libiche e alla presenza di sole due donne  nel Governo. Anche se c’è una fondamentale differenza tra elezioni democratiche e nomine dall’alto delle donne nei regimi, e quindi sappiamo che non sempre il numero di donne nei Parlamenti è il risultato di veri processi democratici, il senso diffuso è però quello di un generale tentativo di  marginalizzare le  donne e i giovani  dopo la rivoluzione anche a causa della vittoria in tutti e quattro gli Stati di partiti islamismi, sia pure con diverse graduazioni e in differenti coalizioni, e della sostanziale frammentazione degli elettori di ispirazione più liberale.

E’ così anche secondo il vostro giudizio? E quale è secondo voi l’orientamento delle donne vicine ai movimenti riformisti di fronte a ciò che si preannuncia in Egitto per le prossime elezioni presidenziali di giugno, che vedono il ballottaggio tra Shafik, un esponente militare del precedente governo e vicino a Mubarak e Mohammed Morsy, dei Fratelli musulmani,che propone la nomina di un Consiglio dei clerici ma è liberal in economia?

2 ) Penso alle riforme costituzionali approvate in Egitto con il referendum del marzo 2011 e alla nuova Costituzione che sarà approvata da una commissione di nomina parlamentare, alle Assemblee costituenti elette in Tunisia (dove le donne sono il 27% dei parlamentari) e alla Costituzione in approvazione, penso a quella approvata il 1 luglio 2011  in Marocco. Mentre in Libia è stata adottata una Costituzione per la transizione nell’agosto 2011.

Va però rilevato che mentre in Tunisia, dove ha vinto il partito islamista moderato, Ennhada, non vi è riferimento nel testo alla sharia (anche se l’Islam viene individuata come la sua religione), questa compare come base legislativa sia nella Carta del Marocco che dell’Egitto che della Libia. Vanno però segnalate dichiarazioni ufficiali di questi partiti e dei nuovi Governi a favore della parità e della abolizione delle riserve sulla CEDAW come in Tunisia e in Egitto, anche se queste aperture convivono con dichiarazioni molto più preoccupanti: quelle in Tunisia di esponenti politici contro le adozioni o le madri sole, o quelle del ministro egiziano dello sviluppo locale contro la nomina di donne sindaco, o la cancellazione di quote come nell’National Transitional Council in Libia. Qual è in questo senso il vostro giudizio?

3 ) Il crescente ruolo delle ONG, come le 30 associazioni che in Marocco hanno dato vita ade una coalizione (Feminist Spring for Equality and Democracy), la controversa esistenza del Consiglio nazionale per le donne in Egitto, o iniziative come l’appello delle donne arabe dell’8 marzo scorso segnalano una forte volontà di partecipazione e di coinvolgimento  attivo per ottenere parità di diritti, segnalare i processi in atto di esclusione, denunciare le gravi forme di violenza pubblica e privata, nonche per chiedere un cambiamento delle leggi discriminatorie soprattutto in ambito civile e familiare. Come si può rafforzare e sostenere l’azione e i progetti delle ONG? Si stanno riconoscendo il loro status e possibilità di coinvolgimento e ascolto da parte delle autorità?

4 ) La differenza tra la condizione delle donne in aree urbane e rurali, sotto il profilo dell’accesso alla istruzione, ai servizi sanitari e sociali, sicurezza della maternità, mortalità infantile, accesso al lavoro e al credito. Quali priorità nei programmi di governo e nelle proposte delle donne che anche noi possiamo sostenere?

5 ) Il ruolo che giocano i media e le donne giornaliste in questa fase: abbiamo visto che tre donne sono state nominate, anche se ad interim, in Tunisia a capo di radio di Stato, qui abbiamo una giornalista, Sondes Ben Khalifa, di Radio Tunisia Internazionale, attiva sul blog e nel COPEAM ci potrà rispondere.

Infine, cosa chiedete e cosa vi aspettate dalla UE e da noi parlamentari? Ho letto con interesse le 20 proposte della Federazione Internazionale per i diritti umani (FIDH), che illustrerà Sophie Bessis. Immagino che in ogni paese comunque ci sono diverse priorità e sensibilità come anche tra noi parlamentari europee. Cerchiamo di lavorare insieme per promuovere condizioni di democrazia, sviluppo e pace nell’Euromediterraneo. A partire dalle donne.

 

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