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“Diritto d’autore? Non è un lusso”. Parla Silvia Costa a Ytali

 

Copyright e internet. “Occorre un maggiore equilibrio tra la volontà di garantire un accesso più ampio alla cultura, alla conoscenza e all’informazione da parte dei cittadini e la necessità di assicurarsi che i contenuti che vanno in rete siano legali”.

[STRASBURGO]

La proposta di direttiva europea sul copyright è in dirittura d’arrivo e si fa sempre più forte la pressione sui deputati europei affinché facciano naufragare all’ultimo la riforma.

Perché tutta questa apprensione? La nuova direttiva è davvero una “legge bavaglio” che rischia di distruggere internet, come l’ha definita nei giorni scorsi il ministro Di Maio o, invece, siamo di fronte a una fortissima azione di lobby da parte degli operatori della rete, per nulla intenzionati ad abbondonare una situazione che permette loro di fare profitti in maniera parassitaria, a spese dell’intero settore dell’industria culturale?

Ne abbiamo discusso con una delle europarlamentari italiane più attive su questi temi, Silvia Costa (Pd), già presidente della commissione cultura del Parlamento europeo e ora coordinatore del gruppo dei Socialisti e democratici (S&D) nella medesima commissione.

Silvia Costa, negli ultimi giorni si è parlato molto della proposta di direttiva europea per riformare il diritto d’autore, con il ministro Di Maio che è arrivato a definirla una “legge bavaglio”. Qual è la sua posizione in merito a questa proposta?
Vanno svecchiate le norme europee sul diritto d’autore (la direttiva attualmente in vigore è del 2001, ndr) per riuscire a far fronte alle sfide e cogliere le opportunità offerte dal digitale. In questo senso, mi sono battuta in commissione cultura affinché il nuovo testo riconoscesse il diritto morale ed economico dell’autore a ottenere una giusta remunerazione per la sua opera e ad avere la possibilità di autorizzarne o meno la riproduzione nella rete.

Oggi internet non rispetta il diritto d’autore?
I grandi aggregatori di contenuti in rete, i cosiddetti “over the top”, come Google, YouTube e Amazon, nella maggior parte dei casi utilizzano il loro potere dominante per assumersi il minimo delle responsabilità e pagare così – nel migliore dei casi – il meno possibile di diritto d’autore e rispettare solo alcune delle clausole che vengono applicate sulla televisione o sulla carta stampata.

Com’è possibile una tale situazione?
La legislazione attuale è obsoleta. In Europa abbiamo una direttiva sull’e-commerce del 2000, che stabilisce che questi grandi aggregatori sono neutrali. In altre parole, funzionerebbero come grandi autostrade su cui viaggiano i contenuti e, proprio per questo, non ne sarebbero responsabili.
Ma i tempi sono cambiati, basti pensare che nei primi anni Duemila c’era soltanto Ebay. Oggi abbiamo degli “over the top” che non solo immagazzinano ma organizzano, selezionano e presentano in un certo ordine al pubblico contenuti culturali creativi e audiovisivi e, perciò, non possono in nessun modo essere definiti come neutrali.

Può farci un esempio?
Un esempio flagrante è quello di piattaforme di condivisione online come The Pirate Bay. Propongono un indice che classifica le opere in varie categorie, a seconda di genere e popolarità. Viene fatta un’azione attiva e non di mera fornitura.

Qual è l’obiettivo principale della nuova direttiva?
Abbiamo cercato di trovare un maggiore equilibrio tra la volontà di garantire un accesso più ampio alla cultura, alla conoscenza e all’informazione da parte dei cittadini e la necessità di assicurarsi che i contenuti che vanno in rete siano legali, evitando che ci siano forme di pirateria e tutelando così il diritto dell’autore a una giusta remunerazione.

In che modo avete promosso un accesso più ampio alla cultura?
Le nuove norme sul copyright prevedono delle eccezioni per chi utilizza i prodotti culturali a scopo non commerciale. In maniera più specifica, questo vale per l’estrazione di testo e dati finalizzata ad attività di ricerca scientifica, per l’utilizzo di opere e altro materiale a uso didattico e per la conservazione del patrimonio, purché rimanga occasione di utilizzo di studio e di accesso a cultura.

I detrattori della nuova direttiva sono particolarmente critici nei confronti degli articoli 11 e 13 del vostro testo. Può spiegarci cosa prevedono?
Partiamo dall’articolo 13. Con esso noi vogliamo che gli operatori della rete – parlo di social media e motori di ricerca – esercitino una responsabilità per la promozione dei contenuti legali sulla loro piattaforma. In questo senso, per “promozione illegale” s’intende anche l’impiego e la diffusione di contenuti senza pagare il diritto d’autore. Non è possibile che quando un contenuto va in televisione il canale che lo trasmette ha una responsabilità, mentre quando questo va in rete, l’operatore non ha alcuna responsabilità.

Ci spieghi meglio…
L’obiettivo della proposta di direttiva non è penalizzare l’utente, ma abituarlo ad accedere ai contenuti in maniera legale. Non c’è nessuna tassa sull’utente. Abbiamo piuttosto detto a questi signori che governano la rete che devono pagare il dovuto per i contenuti che fanno guadagnare loro palate di soldi attraverso la pubblicità. Questo è il punto: dobbiamo riequilibrare il mercato, perché gli operatori della rete sfruttano i contenuti in maniera parassitaria, senza restituire niente o poco più di niente in cambio. Stanno spostando enormi proventi pubblicitari dalle televisioni alla rete, pagando pochissimo diritto d’autore e chiudendo un occhio sulle violazioni di copyright che avvengono sulle loro piattaforme.

In che modo gli operatori dovranno vigilare che i contenuti pubblicati sulle loro piattaforme siano legali? 
Dovranno stipulare degli accordi con le società collettive che rappresentano i diritti degli autori per ottenere una licenza a distribuire i loro contenuti. Nel caso in cui questi accordi non fossero conclusi, gli operatori dovranno mettere in atto misure adeguate per evitare che contenuti per i quali non sono stati pagati diritti di autore siano distribuiti sulle loro piattaforme, sempre in collaborazione con i titolari di diritti che forniscono le opportune informazioni ai fornitori di servizi.

In che modo? 
Attraverso degli strumenti di rilevamento, già esistenti e utilizzati ampiamente da diversi tipi di service provider, che operano in automatico e permettono mediante l’utilizzo di algoritmi di comprendere se un prodotto è coperto o meno da copyright.

Parliamo di un’altra proposta sotto la lente di ingrandimento, l’articolo 11…
Si tratta di una misura che aumenta le possibilità per gli editori di negoziare licenze e monetizzare con le piattaforme che utilizzano parti di articoli senza pagare alcun diritto.
È oggi il caso degli aggregatori di notizie, che attraverso i cosiddetti “snippet”, pubblicano porzioni di testo di un articolo che è visualizzato sul motore di ricerca in modo da presentare la parola cercata. Si tratta di un sistema che interrompe il flusso di click, che è quello che permette agli editori di ottenere gli introiti pubblicitari.

Ci spieghi meglio…
Un’indagine di Eurobaromatro ha dimostrato nel 2016 che il 47 per cento degli utenti di internet non fa clic sul link che lo indirizza al sito web del giornale, ma si limita, ad esempio, a leggere l’anteprima su Google o su Facebook. Questo non ritorno di investimento fa sì che si paghino poco i giornalisti e che, di conseguenza, peggiori la qualità della professione, con ricadute dirette sul sistema democratico. Proprio per questo io e il mio gruppo, i Socialisti e democratici, ci siamo battuti per inserire nella nuova direttiva un paragrafo che prevede che gli editori riconoscano ai giornalisti una parte adeguata del ricavo che otterranno dalla licenza negoziata con gli operatori della rete.

I piccoli editori rischiano di essere penalizzati, nel caso in cui gli operatori si rifiutino di negoziare una licenza?
Assolutamente no. L’articolo 11 non prevede un sistema obbligatorio di licenze. Negoziare una licenza è una decisione che spetta all’editore. Si vuole semplicemente consentire agli editori di negoziare con più facilità delle licenze e di pagare meglio i propri giornalisti.

È vero che l’articolo 11 comporterà una tassa sui link?
Assolutamente no. Questa è una bufala diffusa ad arte. L’utilizzo degli hyperlink continuerà a essere completamente libero.

Il modello di business che voi proponete è attuabile?
Sì, la prova è che ci sono già alcuni esempi di piattaforme che rispettano i diritti d’autore. Si pensi a Spotify e Deezer, due servizi con licenza, che con 140 milioni di utenti hanno generato per l’industria musicale 1,2 miliardi di dollari, quando YouTube e SoundCloud, con ben 900 milioni di utilizzatori, hanno generato solo 480 milioni di dollari.

Quale percorso seguirà ora la proposta di direttiva?
Il presidente del Parlamento europeo ha annunciato lunedì che la Commissione giuridica competente per il dossier è pronta ad avviare le negoziazioni inter istituzionali con Consiglio e Commissione europea, passaggio dal quale uscirà poi il testo finale della normativa adottata dall’Unione europea. Una volta che il presidente annuncia il mandato, ci sono ventiquattrore durante le quali almeno settantasei deputati possono raccogliere le firme per revocare il mandato. Se la mozione contro il mandato verrà presentata – eventualità che è altamente probabile – noi voteremo contro la mozione.

Quale aria si respira nei vari gruppi politici?
Tutti i gruppi sono spaccati, compreso il nostro. La stragrande maggioranza della delegazione del Pd ha deciso di sostenere la proposta di direttiva. Il testo è buono, riflette i compromessi che abbiamo saputo trovare nelle commissioni. Anche gli stati membri erano riusciti a trovare un punto di equilibrio.

Ma Di Maio è entrato a gamba tesa, minacciando di non recepire la direttiva…
Quel che è peggio è che lo ha fatto dopo aver incontrato Google, che insieme agli altri operatori “over the top” sta facendo una campagna pazzesca per bloccare la riforma. Ha gettato al vento la collaborazione che avevamo costruito con il governo italiano su questo dossier.

A livello globale, che impatto pensa potrebbe avere l’entrata in vigore della direttiva?
Potrebbe succedere come per il  regolamento europeo sulla privacy: se non ci fosse lo dovremmo inventare. La nuova direttiva gioca un ruolo fondamentale per difendere la qualità del giornalismo, anche in rapporto alle fake news, e la diversità dei contenuti culturali rispetto all’omologazione e la colonizzazione culturale.

Oggi Wikipedia Italia è stata oscurata per protestare contro la direttiva sul copyright. Come valuta questa decisione?
Mi sorprende davvero come sia stata proprio Wikipedia a mettere in atto la protesta più eclatante, oggi, con l´oscuramento della pagina italiana per protesta.
Buffo, poiché nel testo della direttiva è espressamente stabilito che i servizi che agiscono con scopo non commerciale, proprio come Wikipedia, non sono interessati da questa direttiva. Per essere più espliciti, di seguito la definizione, nel testo, di “Provider di servizi che condividono contenuto online” contenuta nel compromesso 2, Art. 2 (5), punto 4 nuovo, passato in commissione JURI:

…I servizi che agiscono con scopo non commerciale come le enciclopedie online, e i provider di servizi online dove il contenuto è caricato dai propri utenti sotto autorizzazione di tutti i proprietari di diritti interessati, come i depositi didattici o scientifici, non devonoessere considerati provider di servizi che condividono contenuto online…Provider di servizi cloud…che non offrono accesso diretto al pubblico, software open source per lo sviluppo delle piattaforme, e mercati online…non devono essere considerati provider di servizi che condividono contenuto online…

È evidente dalla definizione come quindi si escludono, in modo inequivocabile, i servizi come Wikipedia, Dropbox e software opensource. I provider interessati saranno solamente
quelli che agiscono con scopo commerciale ed in modo attivo, ottimizzando/indicizzando i contenuti caricati dai propri utenti.

Un’ultima battuta. Cosa risponde a chi dice che è in pericolo la libertà della rete?
Ho tentato di evidenziarlo nel corso di tutta l’intervista: abbiamo cercato di ottenere un equilibrio tra il diritto dei cittadini ad accedere a contenuti culturali, ampliandolo, e la tutela del lavoro di chi questi contenuti li produce dall’atteggiamento parassitario dei signori della rete.
Io ho lavorato per anni come giornalista e, anche per questo, considero inaccettabile che chi scrive sulla carta stampata si veda riconoscere dei diritti e chi lo fa online no. Sa cosa rispondo ai giovani smanettatori, che reclamano il diritto ad accedere a contenuti pirata? Io sto difendendo il diritto di un vostro coetaneo a vivere del proprio lavoro di giornalista, di autore o di creatore. Questo non può essere un lusso.

(@Marco Angeli – Ytali)

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