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Cultura? Per il Governo un lusso del quale si può fare a meno

Il rischio di chiusura di Cinecittà Luce, la memoria storica del cinema e dell’audiovisivo italiano, è una notizia che mi raggiunge a Strasburgo proprio mentre come relatore del gruppo S&D sono impegnata in Commissione Cultura sul Libro Verde delle industrie culturali e creative della Commissione Europea, dove tra l’altro sono allo studio nell’ambito dell’Agenda digitale europea anche per favorire la transizione alla digitalizzazione delle sale cinematografiche.

Ma mentre l’Unione Europea individua nella sua strategia Europa 2020 una più forte centralità delle politiche culturali e di sostegno alle imprese e all’occupazione di qualità in questo campo come una via per valorizzare sia la diversità culturale e la creatività, che per favorire lo sviluppo economico basato sulla qualità e le nuove competenze, il Governo italiano sembra considerare la cultura come un costo ed un lusso che non ci si può permettere in tempi di crisi. Altri Paesi più lungimiranti, penso ad esempio alla Francia, alla Germania, alla Spagna, continuano invece ad investire sulla cultura, sul turismo culturale e sull’innovazione e la ricerca come risposta alla crisi economica e come investimento per le nuove generazioni.

Infatti la nuova filosofia per lo sviluppo economico in Europa è identificato nella crescita intelligente (competenze e ricerca), inclusiva e sostenibile. Tre assi sui quali l’Italia segna assolutamente il passo. Eppure le statistiche dimostrano che le ragioni per cui nella sfida globale l’Europa continua ad attrarre turisti e visitatori è legato per l’80 per cento alla sua cultura, all’arte e al suo paesaggio e la identità dell’Europa nel mondo è legata alla sua capacità creativa e innovativa.

All’idea di dimezzare i fondi per istituzioni culturali e cinematografiche a prevalente capitale pubblico o di prolungare solo per sei mesi le agevolazioni fiscali per la produzione di opere cinematografiche o di tagliare i fondi per l’editoria minore, corrisponde poi una incredibile concentrazione di risorse in oligopoli che ruotano intorno alla Presidenza del Consiglio, come avviene nei musei per le società leader del merchandising, oppure nella raccolta della pubblicità che privilegia le televisioni commerciali, oppure per le concentrazioni editoriali che tolgono ossigeno alle piccole case editrici.

Tra i tanti segnali negativi, uno mi ha particolarmente colpito come parlamentare europea.  In Italia l’unica audizione degli stakeholder  sul Libro Verde delle industrie culturali e creative è stata quella fatta dalla sottoscritta in qualità di relatore shadow per il gruppo S&D, mentre non c’è stato alcun segnale di risposta da parte del governo italiano di promuovere una effettiva consultazione sul Libro Verde, cosa che in altri Paesi è avvenuta con tavoli nazionali dedicati.

Per questa ragione tra le richieste che sto avanzando alla Commissione europea c’è quella di giungere ad un vero e proprio Libro Bianco europeo sulle industrie culturali e creative che possa richiamare gli Stati membri a non ridurre il loro impegno nelle politiche pubbliche in favore della cultura, sia per favorire e agevolare i soggetti attivi in questo campo che per sostenere l’innovazione tecnologica.

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