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I cristiani impegnati in politica possono ripartire. Insieme

Ecco il testo dell’intervento dell’europarlamentare Silvia Costa all’incontro dibattito promosso dall’associazione culturale Teorema sul tema “Per una nuova cultura europea: ispirazione cristiana e prospettive europee” che si è svolto a Roma il 27 ottobre 2011.

 

La grande crisi che ha investito il mondo e l’Europa pone i cristiani impegnati in politica di fronte a interrogativi inediti e a responsabilità più alte.

Perché, dopo la fine del comunismo, la riunificazione europea, la nascita della UE a 27  e l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona – che ha costituzionalizzato la carta dei diritti fondamentali e rafforzato la governance e le competenze comunitarie, anche se ha peccato di una omissione culturale e spirituale importante non richiamando le radici giudaico/cristiane – si era aperta, sia pure timidamente, una nuova stagione del processo di integrazione politica europea.

Ma questo processo si è inserito in uno scenario mondiale totalmente mutato, segnato dalla globalizzazione indotta dalla rivoluzione tecnologica, dall’affermarsi di economie emergenti e sempre più competitive di Cina, India, Russia, Brasile, Sud Africa, mentre si è allargata la forbice delle disuguaglianze economiche e sociali rispetto a gran parte dell’Africa, di alcuni Paesi dell’America Latina e di zone segnate dalla difficile situazione post bellica e post conflitti interetnici nell’Eurasia. Anche se il premio Nobel a due donne africane e ad una dello Yemen, come molti di noi avevano chiesto con una campagna di opinione internazionale, allarga il cuore.

La fine delle ideologie che hanno attraversato il secolo precedente, favorito anche dalla profetica azione e pensiero di Papa Giovanni Paolo II, hanno visto però realizzarsi in Europa un vasto processo di secolarizzazione, di individualismo, di rinascenti nazionalismi e di populismi. Viene in mente l’appello di Giovanni Paolo II, dopo la caduta del Muro di Berlino, quando – con grande lungimiranza, lui che ne era stato il protagonista morale – metteva in guardia da un pericolo: che il vuoto prodotto dalla caduta del comunismo fosse riempito dal materialismo e dal consumismo. Timore che si è avverato, perché forse abbiamo avuto paura. Ma la crisi prima finanziaria, poi economica e ora drammaticamente sociale segna la fine di un pensiero unico e di una cultura politica liberista ed economicistica, direi neopagana, che vedeva nel mercato senza regole, nella finanziarizzazione della economia su scala globale, nella delocalizzazione della produzione, nel lavoro precarizzato “usa e getta”, soprattutto dei giovani, nella riduzione delle tutele sociali, nella corsa all’arricchimento e al consumismo individuale, nella separazione tra etica ed economia ma anche tra etica e politica e nell’indifferenza al bene comune la modernità e il progresso.

Una mitologia e una narrazione che hanno coinvolto anche il nostro Paese e hanno segnato, con la complicità non casuale dei media sempre meno indipendenti e l’aggravante di una caduta etica e morale degli stessi rappresentanti delle istituzioni, e di una cultura radicale relativista – una vera mutazione antropologica, riducendo la persona a strumento, la solidarietà a benevolenza e la sussidiarietà a egoismi localistici o corporativi.

Ma l’appello di Giovanni Paolo II non ha trovato ascolto adeguato neppure nell’area cattolica italiana ed europea, che ha in buona parte dato fiducia a partiti leaderisti e populisti, e ad alleanze con culture politiche che del localismo, egoismo e chiusura verso l’integrazione europea, la solidarietà e l’accoglienza hanno fatto la loro bandiera.

La maggioranza dei Governi europei è oggi guidata da maggioranze conservatrici o debolmente europeiste, come si è evidenziato in questi ultimi anni, anche se la durezza della crisi sta accelerando processi di governance comunitaria, per ora soprattutto sul versante dei fondi di salvataggio dei Paesi a rischio e dei meccanismi di controllo e rigore finanziario, necessari ma troppo sbilanciati sulla politica monetarista senza il contrappeso di una vera politica economica europea e molto reticenti sulle politiche di investimento, sviluppo e crescita.

Certo, con il nuovo millennio e la sfida della globalizzazione si sono rivelate inadeguate e superate anche le culture politiche socialdemocratiche o post comuniste, che faticano ad assumere nuove categorie politiche interpretative delle domande e delle attese della contemporaneità, oscillando tra la difesa dei già tutelati e di un modello di welfare centrato su chi è nel mercato del lavoro e la fuga in avanti sull’ampliamento dei diritti civili, talora scambiando il principio di non discriminazione con la sospensione di valutazione etica e giuridica del fondamento dei diritti.

La verità è che le culture delle famiglie politiche che hanno fatto l’ Europa, si stanno rivelando inadeguate rispetto alla sfida inedita ed epocale che abbiamo di fronte, anche perché figlie di una divisione ideologica dell’Europa e del mondo che è alle nostre spalle. E perché sono attraversate da vistose contraddizioni interne, da inerzie culturali e da un appannamento della visione e del coraggio di rilanciare davvero l’Unione politica europea come volontaria cessione di parte della sovranità nazionale (come ha detto ieri Napolitano), per creare uno spazio comune europeo, non solo come mercato unico, ma come comunità di persone, di valori e diritti umani condivisibili e improntati alla costruzione di un nuovo umanesimo.

Perché siamo consapevoli che è questo l’orizzonte sul quale ormai ci dobbiamo misurare come credenti, nel dialogo fecondo con non credenti e diversamente credenti, per  rimettere al centro della politica la persona nella sua verità, la solidarietà, la sussidiarietà. E sono certa che questo potrà rimettere in moto scomposizioni e ricomposizioni delle famiglie politiche alla luce di una più avanzata sintesi tra cultura antropologica e questione sociale. E’ il senso della decisione del PD di dare vita ad una alleanza di centro sinistra in Europa, con la nascita del nuovo Gruppo parlamentare formato da socialisti e da democratici.

Noi cattolici stiamo dando un contributo con spirito di apertura ma anche con piena autonomia e coerenza con le nostre convinzioni, dimostrando, anche in questi giorni, che le tematiche che abbiamo di fronte e le sfide per un cambiamento della politica e della capacità di rappresentanza impongono capacità di ascolto e di analisi nuova, fuori da vecchie categorie concettuali.

L’agenda delle questioni che  sono all’ordine del giorno dell’Europa e degli Stati membri è ormai davanti a noi: la denatalità e l´invecchiamento, la questione giovanile che oggi porta sulle spalle la crisi, un nuovo welfare community, la centralità della cultura, educazione e innovazione per una occupazione di qualità, le politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro per donne e uomini, il ruolo della economia sociale, le politiche di integrazione degli immigrati e non solo di respingimento. la lotta alla criminalità e alla corruzione, la tutela dei minori, la promozione dei diritti umani nel mondo. E sul piano europeo ma ormai mondiale: la revisione delle politiche, a cominciare da quella agricola, commerciale e ambientale di fronte alle vere emergenze mondiali: il cibo, l’acqua, l’energia, l’inquinamento e l’alterazione della relazione tra uomo e natura. Ma soprattutto il rilancio del dialogo internazionale e della politica euromediterranea, un po’ appannata dopo l’allargamento ad est e che ora vede una stringente esigenza di una nuova capacità di interpretazione e di un nuovo partenariato con le neo democrazie arabe. Dove la Cina sta giocando un ruolo di partenariato ma anche di totale indifferenza agli aspetti etici e democratici dello sviluppo.

La crisi sta comunque agendo come un detonatore e un acceleratore di processi, non solo nelle proposte per un governo economico e politico o per le proposte di nuove risorse per le politiche comunitarie di investimento e di crescita. Ma anche nella nuova strategia che si è data l’Unione con Europa 2020 :una crescita intelligente, inclusiva, sostenibile per la quale devono essere adeguate con la visione e il coraggio dei padri dell’Europa le istituzioni comunitarie.

Obiettivi che si stanno traducendo in nuove politiche e forti spostamenti di bilancio di qui al 2020: 65% in più di fondi per l’educazione, l’istruzione e la mobilità dei giovani. Un innalzamento consistente dei fondi per la cultura, con la nostra proposta per il rilancio degli itinerari culturali e religiosi europei. La piattaforma per la lotta alla povertà e alla esclusione sociale con la previsione del microcredito e del reddito minimo con l’obiettivo della fuoriuscita da questa condizione di almeno 20 milioni di persone in Europa. Gli investimenti in innovazione tecnologica ma anche sociale e di servizi. Una politica di coesione più efficace e mirata al recupero di ritardi nello sviluppo di regioni europee, che vede per la prima volta in Italia due regioni – oltre alle 4 del Sud ancora nel programma convergenza – a rischio di tornare indietro. Una più avanzata tutela della lavoratrice madre (che però da 4 anni è in discussione e vede i popolari più attenti alle ragioni delle imprese che delle madri), la riduzione della precarietà nel lavoro dei giovani, sostenendo l’innalzamento della istruzione e delle competenze, l’apprendistato e la centralità del contratto a tempo indeterminato, che deve essere più vantaggioso economicamente per il datore di lavoro. Il senso di queste proposte è nella difesa del modello sociale europeo, che non può essere sacrificato sull’altare della crisi economica, non comprendendo che se si rompe la coesione sociale non ci sarà né sviluppo né crescita né futuro.

Come si vede si tratta di questioni che sono al centro della dottrina sociale della Chiesa e della elaborazione storica dei cattolici democratici e quindi tematiche su cui fin d’ora dico che siamo interessati a confrontarci e condividere le elaborazioni della piattaforma che intende promuovere Todi. Il problema è che in una Europa e in una Italia secolarizzata e talora agnostica, si deve lavorare per affermare il più trasversalmente possibile questi obiettivi sfuggendo alla tentazione di quello che è stato definito il bipolarismo etico/religioso.

Credo che la stagione aperta dalla Settimana sociale dei cattolici di Reggio Calabria, fino all’incontro di Todi, stia a significare una volontà forte di ripresa di parola corale, di sedi di approfondimento e di testimonianza viva di cattolici laici che si dichiarano disponibili a forme di partecipazione politica per il bene comune, a partire dalla denuncia non solo dello spaesamento spiegato da Ornaghi a Reggio Calabria, ma anche della indignazione verso l’abuso e la mistificazione di una politica utilizzata per altri fini e di una questione sociale drammatica che va interpretata e cui vanno date risposte adeguate e innovative.

E’ importante – dopo anni di distanza del laicato cattolico dall’impegno in prima persona nell’agire politico e di deleghe forse un po’ acritiche – che sia stato preso molto sul serio quel che aveva auspicato Papa Benedetto XVI a proposito di una nuova generazione di credenti in politica e l’appello del cardinal Bagnasco sul dovere dell’impegno per la polis dei cattolici ,  ricordando che l’assenteismo sociale è un peccato di omissione.

In Europa come in Italia i cattolici hanno opzioni politiche diverse, anche se non faccio fatica a dire che forse oggi è più difficile di 50 anni fa trovarsi a casa in una famiglia politica storica. Ma tengo a dire che, chi come me sta sperimentando una nuova realtà di convivenza tra culture politiche trova più sintonie non solo sulle questioni sociali o della giustizia, ma anche sulla maternità come valore sociale, sulla tutela dei minori, sulla immigrazione, sulla cooperazione allo sviluppo, sulla stessa battaglia per la tutela delle minoranze etniche e religiose.

Certo le difficoltà e le discussioni avvengono soprattutto quando ci confrontiamo con alcune questioni relative alla bioetica o alla configurazione giuridica e antropologica della famiglia (anche se questo attiene alla legislazione nazionale) ma nel gruppo politico del PPE trovo che l’approccio economicistico e conservatore sta facendo premio sulla ispirazione cristiana democratica, come mi confermano miei colleghi di quel gruppo. E comunque in Parlamento Europeo siamo abituati a trovare sintonie e trasversalità utili e produttive.

Oggi stiamo attivamente collaborando con alcuni colleghi del Gruppo avviata, con la COPECE, ad una iniziativa di seminari e incontri conviviali tra i cristiani, cattolici e persone di buona volontà di tutti i gruppi per confrontarci e approfondire questioni relative proprio alla dottrina sociale della chiesa, Due le più recenti sul volontariato e sulla Laborem exercens.

E’ di ieri una riunione trasversale con altri colleghi credenti e qualche non credente sulla sentenza della Corte sulla non brevettabilità di un procedimento che utilizzi cellule staminali prelevate da un embrione umano comportando la distruzione dell’embrione. L’istanza non veniva da una diocesi o da una associazione cattolica pro vita ma da Greenpeace. Interessante , no?

Mi piace terminare con le parole del prof. Campiglio alla Settimana sociale dei cattolici: “Acquista un valore profondo la riflessione contenuta nel Caritas in Veritate, secondo cui “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli”:  per questo un rinnovato esercizio di responsabilità da parte delle imprese e delle famiglie, sul piano della sostenibilità e della sobrietà, con il sostegno di nuove regole globali per il commercio e la finanza a livello globale, rappresenta il passaggio indispensabile per rimuovere i timori e riprendere il cammino verso una globalizzazione responsabile che, seppur non ci rende ancora fratelli, almeno ci consenta di superare l’individualismo della sopravvivenza di questa crisi.

Da qui possiamo ripartire. Insieme.

Silvia Costa

 

Leggi anche:

La ricostruzione nel degno dell’etica, articolo di Amario Ajello su “Europa”

 

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