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Arrivano i “figli dell’Erasmus”, dopo 25 anni la seconda generazione

Vi ripropongo un’interessante articolo pubblicato qualche giorno fa da “La Repubblica”
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Da progetto pionieristico di scambio culturale a strategia di sviluppo per favorire la carriera dei giovani universitari in ambito europeo: l’Erasmus (European Region Action Scheme for the Mobility of University Students), nato nel 1987, entra nel suo venticinquesimo anno di attività e guarda agli obiettivi promossi dall’iniziativa “Youth on the move” – tesa a rafforzare l’impegno dell’Unione europea in materia di mobilità e apprendimento – per valorizzare il concetto di cittadinanza europea in linea con la strategia Europa 2020. Puntare sulla dimensione internazionale del sapere e dell’impresa può rappresentare un modello vincente per uscire dalla crisi, stimolando la mobilità e la flessibilità delle menti, conferendo agli studenti un alto profilo internazionale e dando loro nuove competenze per poter compiere un salto di qualità nel mondo del lavoro.

I figli dell’Erasmus. Clara Albani, direttrice dell’Ufficio d’informazione per l’Italia del Parlamento europeo, analizza l’evoluzione dell’Erasmus arrivato – di fatto – alla sua “seconda generazione”: “Oggi esistono i figli dell’Erasmus, cioè giovani universitari che intraprendono lo stesso percorso dei loro genitori a distanza di oltre vent’anni: se ieri si trattava di sperimentare un’assoluta novità, oggi l’Erasmus si è strutturato e rappresenta uno step importante per dare un profilo internazionale al proprio curriculum e potersi costruire una carriera anche all’estero. I ragazzi tornano diversi dopo questa

esperienza”. In Italia nell’anno accademico 2009/2010 gli studenti che hanno realizzato un’esperienza di studio e di placement all’estero – nell’ambito del Lifelong Learning Programme (Llp) – sono stati oltre 21 mila (con un incremento dell’8,4 per cento rispetto all’anno precedente).

Outgoing e incoming. La fetta tricolore del multiculturale “Erasmus Mundus” non è popolata soltanto dagli italiani che vanno a studiare all’estero – gli outgoing – ma anche dai tanti stranieri che decidono di trascorrere un periodo di formazione nel Belpaese, i cosiddetti incoming. E proprio questi ultimi sono i destinatari degli “Erasmus Welcome Days” – promossi dalla rete Esn Italia insieme con numerosi partner istituzionali, in collaborazione con l’Agenzia nazionale Llp/Erasmus – che si terranno tra settembre e ottobre in 37 atenei italiani. Gli incontri, organizzati autonomamente dai “comitati d’accoglienza” di ciascuna università coinvolta, daranno agli incoming tutte le informazioni necessarie per orientarsi e mettere a frutto il proprio periodo di studio in Italia.

Atenei internazionali. Nella classifica europea 2008/2009 delle 100 università più attive in Erasmus relativamente alla mobilità per studio dei propri iscritti ci sono ben 16 atenei italiani: al terzo posto assoluto l’Alma Mater di Bologna (con 1.365 studenti in mobilità), al quinto la Sapienza di Roma (1.090) e all’undicesimo l’Università degli Studi di Padova che, con 896 studenti in uscita, guadagna tre posizioni rispetto alla rilevazione dell’anno precedente. Viceversa nella top 100 delle università che hanno accolto più studenti incoming nel 2008/2009 gli atenei italiani sono 13: ancora un ottimo piazzamento per Bologna (al quinto posto con 1.526 studenti stranieri in entrata), ottavo posto per Firenze (1.138 incoming) e decimo posto per Sapienza di Roma con 1.060 studenti ospitati.

Una marcia in più. Nel 2009 è stata superata la soglia di 2 milioni di europei (tra i quali 250 mila italiani) che complessivamente hanno preso parte a programmi Erasmus a partire dal 1987. Studenti ma anche docenti, come sottolinea il vicedirettore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea Emilio Dalmonte: “I periodi all’estero sono utili per dare nuova linfa ai docenti e aiutano a sprovincializzare i metodi d’insegnamento con ricadute positive sull’apprendimento degli allievi”. Formazione ma anche lavoro: la nuova sfida in vista di “Europa 2020″ è di far crescere la percentuale di studenti che trascorrono periodi di stage e tirocini all’estero, per dare loro maggiori possibilità di costruirsi una carriera internazionale e far crescere il mercato unico europeo. D’altra parte, come testimoniano sondaggi e studi pubblicati recentemente, un’esperienza all’estero è valutata molto positivamente dai responsabili delle risorse umane perché considerano “gli Erasmus” come persone “sveglie” che hanno ampliato i propri orizzonti, migliorando le competenze linguistiche e “respirando” altre culture.

Le mete più gettonate. Nel 2009/2010 in testa alla classifica dei Paesi di destinazione Erasmus più visitati dai 19.118 outgoing italiani c’è la Spagna che, con le sue 6.643 presenze, mantiene saldamente il primo posto; al secondo si conferma la Francia con 3.073 visitatori e un incremento del 9,1 per cento rispetto all’anno precedente. Sul terzo gradino del podio la Germania con 1.834 presenze, seguita da Regno Unito (1.403) e Portogallo (955 e +17,8 per cento rispetto al 2008/2009). Da notare anche il crescente interesse per la Turchia che, da un anno all’altro, ha visto un incremento di presenze pari al 79,8 per cento (passando da 114 a 205).

Borse ancora troppo “leggere”. In un quadro sostanzialmente positivo e in crescita, un aspetto negativo è costituito dall’importo delle borse di studio Erasmus che nell’a. a. 2009/2010, per gli studenti italiani in mobilità, è stato di 230 euro mensili: una cifra largamente insufficiente per coprire i costi di vitto e alloggio all’estero. Un problema che potrebbe essere in via di risoluzione grazie a maggiori capitali da affiancare al Fondo sociale europeo e da erogare attraverso lo strumento del cofinanziamento, come anticipa l’onorevole Silvia Costa, deputata al Parlamento europeo e componente della Commissione Cultura e istruzione: “L’intenzione dell’Europa è di destinare più fondi alla mobilità dei giovani soprattutto in questo momento di crisi, per finanziare tutti i programmi di scambio con l’estero. Dobbiamo puntare molto anche sul placement Erasmus ma, per farlo, occorre creare delle sinergie tra istituzioni e mondo dell’impresa: una priorità per poter crescere nell’area del Mediterraneo e competere con le altre economie del mondo”.

Manuel Massimo

(Articolo tratto da La Repubblica del 15 settembre 2011)

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